venerdì 13 marzo 2020

Coronavirus. No, nessuno sceglie chi salvare in terapia intensiva


Ascoltavo con piacere l’ultimo podcast del filosofo Rick DuFer, il quale ha avuto lo stomaco di leggere un articolo de Il Giornale, dove diversi “intellettuali” sono stati chiamati a rispondere a un presunto dilemma morale: che criterio dovrebbe usare un medico per scegliere chi salvare in terapia intensiva?

Qui trovate il podcast di Rick, dove “blasta” senza pietà i “luminari” che hanno accettato di rispondere. Ma essendo insulsa la domanda, le loro analisi non sono da meno. L’unico che si salva è Maurizio Ferraris, che dichiarandosi “ignavo” si defila da questo "genocidio neurale". 

Perché ha fatto bene il filosofo del new realism a non rispondere? Per ragioni che in parte spiegavo già su Open, dove facevo notare che i medici non scelgono proprio un “mazzo”.

Il triage in medicina serve a non decidere chi può vivere


Come tutti i problemi sistemici, li si affronta prendendo atto della realtà e del fatto che metodi alternativi farebbero danni peggiori. Parliamo di un processo che serve a determinare la somministrazione dei trattamenti, in base alla probabilità di sopravvivenza dei pazienti, e della disponibilità di mezzi e personale specializzato.

Non si tratta di "scegliere chi vive e chi muore", come si è detto in certe testate, e ci mancherebbe! Purtroppo ci pensa già la Natura (qualsiasi cosa significhi questa parola), a rendere un paziente con più o meno probabilità di sopravvivere. 

Abbiamo un posto di terapia intensiva e due pazienti: il primo deve essere operato per un tumore, che se trattato in tempo porta a guarigione nel 90% dei casi; il secondo ha complicazioni, che a prescindere gli lasciano scarse probabilità di sopravvivenza. Cosa facciamo? L’unica soluzione è dedicarsi al primo paziente. 

Qualsiasi scelta, ovvero qualsiasi decisione diversa, che non implichi un aumento di mezzi e personale, significherebbe aumentare le probabilità di perdere entrambi i pazienti, aggravando ulteriormente la situazione. Se lo scopo è ridurre il conteggio dei morti, filosofare a caso su presunte decisioni utilitariste dei medici, non è una buona idea.

Non si tratta di preferire gli anziani ai giovani o i malati di Covid-19 ai pazienti oncologici. Chi mai ha detto una cosa del genere? forse i medici nazisti. Ovviamente il triage non mette gli operatori sanitari al riparo da turbamenti, questi sono più che comprensibili, però derivano dalla loro impotenza, di fronte a una situazione in cui non si può scegliere affatto.  

Pixabay | Clinical trial, icona.

Tra misure prescrittive e sistemiche

Chiedo scusa in anticipo se farò un uso piuttosto personale dei termini “prescrittivo” e “sistemico”. Non sono un accademico, non mi intendo del loro comune uso in letteratura, cerco solo di far comprendere meglio le assurdità di certi discorsi, sui medici che deciderebbero chi vive e chi muore.

La migliore delle decisioni sarebbe curare tutti, secondo la regola del «first come, first served». Tutti infatti hanno diritto a cure mediche. Per questo non avrebbe senso decidere chi curare su basi qualitative del paziente, o su ragionamenti utilitaristi. 

Curiamo prima il salutista vegano o il tabagista obeso? Sono tutte domande che dovrebbero farci riflettere sulla stupidità di chi le pone. Il triage deriva proprio dall’esigenza di lasciarci alle spalle ragionamenti "morali", basandosi non su atti prescrittivi (decido sulla realtà adattandola alle mie idee), bensì sull’agire in base sistemica (questa è la realtà, cosa posso fare e non fare per minimizzare i danni?). 

La differenza tra prescrittivo e sistemico la vediamo anche in altri ambiti: per esempio sul cambiamento climatico. Infatti non è un caso se anche su questo frangente non riusciamo a capirci. C’è chi pensa di risolvere tutto negando o minimizzando il problema, decidendo su cosa è economicamente e socialmente più utile nel breve tempo; altri prendono atto della situazione reale e del sistema complesso ch’è il clima, e il modo con cui produciamo e usiamo l’energia. 

OK, qui sto divagando...


Abbiamo un solo Pianeta: il primo paziente è l’insieme delle fonti rinnovabili, relativamente poco diffuse e con problemi ancora da risolvere, come quello delle batterie usate per ottimizzare il consumo di energia; il secondo è l’insieme delle fonti fossili, ampiamente utilizzate, reggono l’economia e il nostro benessere, ma inevitabilmente ci porteranno al disastro nel lungo periodo. Su quale dei due pazienti dovremmo operare? 

Credit foto di copertina: aitoff/PixabayStormtrooper, Lego, barella.

giovedì 12 marzo 2020

Coronavirus. Perché l’Oms parla di pandemia e cosa ci insegna l'emergenza sanitaria attuale, a nostre spese


Prossimamente forse riporterò in questo blog alcune foto di ciò che vedo quando mi capita di uscire per fare la spesa. Il clima è deprimente, vedo mamme accompagnare i bimbi con le mascherine addosso, la gente dal tabacchino aspetta il proprio turno davanti all'ingresso. Qualche bar ha la striscia bianca a un metro dal bancone, alcuni ancora no. Anche dalla mia edicolante preferita c'è la linea distanziatrice. L'ultima volta l'ho incontrata all'entrata della bottega, con indosso mascherina e guanti blu.

Qui a Limbiate nella ridente Brianza, queste scene si vedono da circa un paio di settimane, ovvero da quando solo la Lombardia e poche province limitrofe erano considerate "zona rossa". Non so dai miei a Cagliari, ora che siamo tutti "rossi", se si vedono cose del genere adesso.

Immaginate che quel che vedo io - quel che vedete anche voi - si estenda almeno ad altri otto paesi dove i casi confermati superano i mille. Ecco, secondo l'Oms quando una tabaccaia di Limbiate somiglia a una di Seul o di Wuhan, allora si può parlare di pandemia.

Le parole di Tedros Adhanom Ghebreyesus


Non è stato facile riconoscere la situazione pandemica. «Non è una parola da usare con leggerezza o noncuranza», spiega in una lettera ufficiale il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus. Il numero di casi confermati di Covid-19 nel Mondo è aumentato tredici volte, mentre quello dei Paesi colpiti è triplicato.

Ma è anche vero che questi oltre 118mila casi non sono distribuiti omogeneamente nei 114 paesi coinvolti. Più del 90% dei contagiati si trova in quattro Stati: Cina, Corea del Sud, Italia e Iran; senza contare che nei primi due paesi l’epidemia sta declinando in maniera significativa.

Così per l’Oms «descrivere la situazione come una pandemia non cambia la valutazione - continua  Ghebreyesus - sulla minaccia rappresentata da questo virus». Le preoccupazioni sono ancora tante, non era mai successo che l’Oms dovesse occuparsi di una pandemia scatenata da un coronavirus.

BBC News | Tedros Adhanom Ghebreyesus.

Perché adesso si può parlare ufficialmente di pandemia?


Come avevamo avuto già modo di approfondire consultando diversi esperti, si passa da epidemia a pandemia quando un aumento significativo dei casi non riguarda più un’unica area circoscritta, mentre si assiste invece a una stessa tendenza in diverse regioni del Mondo.

«Una pandemia influenzale - spiega l’Oms - si verifica quando un nuovo virus influenzale emerge e si diffonde in tutto il Mondo e la maggior parte delle persone non ha immunità. I virus che hanno causato pandemie in passato, in genere hanno origine da virus dell'influenza animale». 
«La pandemia si verifica nel momento in cui un virus riesce a stabilirsi e circolare in più di un continente», spiegava l’epidemiologo Pier Luigi Lopalco su Open

Altri paesi come il nostro, sono passati dal dover ricostruire il percorso del virus - risalendo a un “paziente zero” proveniente dalla Cina - a prendere atto che ormai SARS-CoV2 è diventato “di casa”. Non si tratta più di impedire il suo arrivo, ma di contenere i casi di contagio.

STAT | WHO declares the coronavirus outbreak a pandemic.

Infodemia, minimizzazione e falle nei controlli


Sono più di cento i paesi nel Mondo a dover far fronte all’emergenza sanitaria: otto hanno più di mille casi accertati; nei successivi dieci nella “classifica del contagio” sono stati superati i duecento casi. Diverse criticità hanno segnato l’avanzare dell’emergenza sanitaria.

Molti si sono concentrati inizialmente sui cittadini provenienti direttamente dalla Cina, trascurando i viaggiatori che facevano scalo in altri Stati. I limiti sono anche "fisiologici": non è di fatto possibile sottoporre a tampone tutta la popolazione, anche se diverse innovazioni emerse a tempo di record fanno ben sperare per future emergenze, di poter monitorare con più efficienza i casi di contagio. 

Infine, diversi siti Web dediti alla disinformazione, hanno diffuso la suggestiva ipotesi che il virus potesse essere stato ingegnerizzato in un laboratorio di Wuhan, trascurando il fatto che oggi è tristemente evidente la ragione per cui, un’arma biologica basata su un virus non può essere controllata, divenendo un vero e proprio boomerang. 

Johns Hopkins University | I casi confermati di Covid-19 nel Mondo la mattina del 12 marzo 2020.

Alcune lezioni di comunicazione del rischio


Altri hanno approfittato della situazione per sostenere cure miracolose a base di vitamina C, mentre presunti operatori sanitari hanno disseminato su WhatsApp messaggi volti a screditare l’affidabilità degli esperti, allontanando le persone dalle raccomandazioni dei canali ufficiali.

Le parole degli stessi esperti sono state spesso finite a uso e consumo dei media di massa, decontestualizzandole, in modo da creare una sorta di disputa tra “allarmisti” e “minimizzatori”, là dove era forse il caso di attenersi a una linea comunicativa comune. 

Una comunicazione confusa rende tali anche legislatori e governanti, che si trovano a dover decidere quali misure prendere e con che urgenza. Saper comunicare il rischio è una delle tante lezioni che Covid-19 ci sta dando, preziosa forse più dello smart working, o dell’imparare a stare con se stessi in casa, per qualche tempo.


domenica 4 agosto 2019

Breve viaggio nella sub-cultura Incel: cosa vuol dire vivere senza aver mai conosciuto l'amore



Incel è un termine che definisce i celibi involontari, ovvero che non riescono a trovare un partner per lunghi periodi di tempo. Buona parte di loro affermano di non essere mai stati con una donna, gratis.

Esistono diverse piattaforme in rete dove gli Incel si incontrano e rafforzano le loro convinzioni. Lo scopo di questi gruppi sembra infatti quello di piangersi addosso piuttosto che migliorarsi, in quanto spesso e volentieri la colpa della loro condizione sarebbe delle donne. 

Diversi colleghi che si sono occupati anche su YouTube degli Incel registrano una prevalenza di maschi - raramente si vedono “nubili involontarie” - con interventi che spesso sfociano nella misoginia. Suggerisco i video di Simone Santoro e Mr Marra su Cerbero podcast e quello di Neurodrome. Ritengo che abbiano saputo trattare meglio questa sub-cultura.

La realtà parallela dei celibi involontari

Si tratta di una sub-cultura che come quelle complottiste si reggono su tesi pseudo-scientifiche e su un background di frustrazioni personali: "vivo una situazione difficile, non riesco a migliorarmi per affrontarla e superarla, quindi mi costruisco un’altra realtà". 

In più di dieci anni di debunking ho visto di tutto: c’è chi arriva al punto di vivere in una realtà dove la Terra è piatta; chi non esce mai di casa e teme di essere intercettato dai poteri forti; chi non vaccina i propri figli… e poi ci sono gli Incel.

Questa definizione sale alla ribalta a seguito di circostanze molto gravi. Sono avvenuti veri e propri crimini, specialmente negli Stati Uniti. Il primo a usare il termine Incel è stato Henry Flynt nel 1975, quando descrisse la sua esperienza da celibe involontario ai tempi della giovinezza. 

Le prime a interessarsi del problema sono soprattutto le donne

Nel 1997 la studentessa Alana crea un sito Web con liste di "cuori solitari" volto ad aiutare ragazzi e ragazze nella condizione Incel a trovare l'anima gemella. Lo trovate ancora online in copia cache. La storia di questo progetto è piuttosto travagliata: inizialmente è un punto di riferimento di ragazzi e ragazze che non riescono ad avere relazioni amorose, ma pian piano cominciarono a emergere le prime negatività, il progetto migrò in altri lidi, fino a quando l’intero servizio morì nel 2013, ufficialmente per un «arresto anomalo del server».

Parallelamente nel 1998 nasceva in Germania il primo forum online dedicato agli Incel: il “Parsimonyforum 3708”. Nel 2001 viene pubblicato il primo studio scientifico vero e proprio sulla condizione incel, firmato dalle sociologhe Denise Donnelly e Elizabeth Burgess, pubblicato sul The Journal of Sex Research

Interessante il fatto che a studiare per prime il fenomeno, fin dalla fine degli anni ’90, siano state proprio delle donne. Abbiamo così la prima definizione di Incel, che dovrebbe interessare in molti secondo me:

«Un celibe involontario è qualcuno che desidera fare sesso, ma non è stato in grado di trovare un partner disponibile negli ultimi sei mesi».

Infatti la definizione è ancora piuttosto arbitraria. Non è sufficiente per rientrare in questa condizione. Le ricercatrici infatti aggiungono che:

«L’importante è se la persona si definisce o meno un celibe involontario».

Ed è questa forse la trappola: quella dell’auto-isolamento, del chiudersi in una comunità di altri che si sentono esclusi e rafforzano tra loro delle convinzioni, che contribuiscono ulteriormente alla loro condizione, ben lungi dal trovare delle vie d’uscita. Qualcuno una volta disse che la prigionia è uno stato mentale.

Nel 1987 il professor Brian Gilmartin, psicologo della Humboldt State University pubblicò diversi lavori in cui utilizza il termine «love shy» come sinonimo di “Incel”, ovvero la «timidezza dell’amore», sostenendo che dovesse essere considerata una condizione medica da prendere sul serio. 

Il problema è che in parte i suoi lavori erano conditi di tesi pseudoscientifiche, a volte con riferimenti zodiacali, ma in buona parte fornisce dei contributi importanti. Segue altra letteratura sul tema, in Germania si pubblicano anche delle tesi di laurea.

"Brutti" o timidi patologici? Come pensano gli Incel

Si studiano le personalità di coppia e dei single, si fanno confronti e comparazioni, anche coi “single volontari”. In Germania gli Incel preferiscono definirsi «principianti assoluti», connotandosi come «timidi» a livello eccessivo. Quindi possiamo già distinguere due tipi di Incel:

Quelli “alla tedesca” che riconoscono la propria timidezza e quelli “alla americana”, che si sentono invece discriminati in quanto “brutti” dall’altro sesso, e dalle convenzioni sociali che darebbero a ricchi e belli questa sorta di monopolio delle relazioni amorose.

Poi ci sono varie sotto-categorie: i “truecel” (mai stati con una donna); i “mentalcel” (impossibilitàti ad avere rapporti per via di problemi mentali); i “fachecel” (gente che per qualche ragione fingerebbe di essere Incel).

Il fenomeno è noto soprattutto nei forum online, non mi sembra che ci siano raduni incel o club privati dove queste persone si riuniscono, ma potrei non essere sufficientemente informato in merito. In rete assistiamo generalmente a comunità misogine che escludono le donne a prescindere, parliamo quindi di un fenomeno quasi interamente maschile.

Una delle tesi dominanti infatti è che la nostra sarebbe una società ginocentrica. Le donne insomma avrebbero il potere, avendo in mano la selezione dei partner sulla base della loro «idoneità genetica percepita».

Poi ci sono varie altre tesi pseudoscientifiche: sull’importanza di avere una mascella prominente, ci si valuta con punteggi da 0 a 10, là dove «sotto il 7 non è vita», eccetera.


Di amore (e mancato amore) si può morire

Il problema è che a furia di convincersi di queste cose, piangendosi addosso e ignorando cosa sia realmente la bellezza e la bruttezza poi c’è chi fa qualche gesto estremo, alcuni di questi vengono addirittura presi come esempio dagli altri, come fossero dei martiri della causa.

Ecco cosa scrive George Sodini nel luglio 2009 sul suo blog prima di uccidere in una palestra nei pressi di Pittsburgh 3 persone, ferendone 9, in quella che sarà ricordata come la sparatoria di Collier Township. Poco dopo Sodini si suicidò. 

«L'ultima volta che ho dormito tutta la notte con una ragazza era il 1982. Prova che sono un malfunzionamento totale. Le ragazze e le donne non mi danno nemmeno una seconda occhiata da nessuna parte. C'è qualcosa di blandamente sbagliato in me e nessuna dannata persona mi dirà mai di cosa si tratta».

Elliot Rodger era uno YouTuber. Prima di commettere la strage di Isla Vista in California, nel 2014, era noto per definirsi un Incel e per volersi vendicare di diversi uomini e donne sessualmente attivi che gli avrebbero fatto degli sgarri. Prima di suicidarsi uccise 6 persone, ferendone 4, nel campus di Santa Barbara dell’Università della California.

Wilkes McDermid era un noto critico gastronomico. Si tolse la vita nel 2015 gettandosi dalla terrazza panoramica di un ristorante di Coq d’Argent. Questo è quanto scrisse nel suo blog poco prima di togliersi la vita, a 39 anni, passati senza essere mai stato con una ragazza:

«Ho concluso che nel regno dei dati e delle relazioni le caratteristiche primarie richieste per gli uomini sono le seguenti: altezza: sopra 5 piedi e 10 pollici; razza: grande propensione per il caucasico e il nero; ricchezza: o altra manifestazione di potere. Dalle mie osservazioni e ricerche sembra che si abbia bisogno di due dei tre criteri per il successo ... Questo significa che per me il gioco è finito».

Prima di commettere il suo attentato col furgone a Toronto nel 2018 (10 morti e 15 feriti), Alek Minassian pubblcò su Facebook il seguente post (non lo traduco perché non ha lo stesso effetto in italiano): 

«The Incel Rebellion has already begun!... All hail the Supreme Gentleman Elliot Rodger!».

Oggi gli Incel non sono riconosciuti come persone malate

Non sappiamo ancora se può essere considerata una patologia mentale o un disturbo della personalità, ma io credo che forse dovremmo fare qualcosa, perché questo genere di problemi non lo risolvi con un video su YouTube dove spieghi i 10 trucchi per conquistare una donna, o dove tra il serio e il faceto li si sprona a darsi una mossa. 

Hanno evidentemente bisogno di aiuto, ed è difficile che lo cerchino se non esiste. Oggi non esistono sufficienti studi, anche se da quelli citati sono saltati fuori diversi particolari interessanti sugli Incel:

  • esperienze di vita insolite dal punto di vista sociale;
  • avrebbero maggiori probabilità di essere concepiti più tardi dai genitori;
  • spesso provengono da famiglie povere oppure sono disoccupati;
  • tendono a lavorare solo con altri maschi, isolandosi dalle donne;
  • fanno scelte di vita che gli permettono una scarsa frequentazione delle donne.

Sitografia

mercoledì 17 ottobre 2018

Hitler riuscì a fuggire in America Latina? Le ragioni storiche e scientifiche per cui NON dobbiamo crederci

Quanto segue è un articolo redatto dallo storico Antonio Coppola.



Parlare di Hitler fa fare sempre tante visualizzazioni e sostenere teorie stravaganti a proposito dei suoi ultimi giorni, per quanto possa essere divertente dal punto di vista creativo, sul piano storico, nella maggior parte dei casi, si traduce in bufale colossali sostenute da “giornalisti” che si arrampicano sugli specchi come se non ci fosse un domani, ma andiamo con ordine. Una delle teorie più amate sul destino di Hitler, vorrebbe che questi, poco prima della caduta di Berlino e della fine della guerra, sia riuscito a fuggire lontano dalla città e raggiungere la Danimarca, attraversando mezza Germania riuscendo in qualche modo a passare inosservato agli occhi dei numerosi soldati alleati che assediavano la regione e una volta arrivato in Danimarca, da qui sarebbe salito su di un aereo, avrebbe volato sui cieli di mezza Europa, sfuggendo ancora una volta agli alleati e - una volta atterrato a Barcellona - si sarebbe imbarcato su un sottomarino che lo avrebbe condotto in America Latina. È una teoria sicuramente molto affascinante e avvincente, ma ricca di criticità e quasi completamente priva di prove a supporto. L'unica prova apparentemente reale a supporto di questa tesi sarebbe nelle mani del giornalista investigativo Gerrard Williams il quale venuto in possesso di alcuni rapporti e verbali di un processo al pilota tedesco Peter Baumgart avrebbe dichiarato:

"Abbiamo i rapporti di Peter Baumgart, che venne arrestato ma, durante il processo, disse di aver portato Hitler, Eva Braun e alcune altre persone a Tønder in Danimarca, per poi vederli salire su un altro aereo e volare a Reus, appena fuori Barcellona".  
"Il generale Franco aveva ottimi rapporti con Hitler e così fornì un aereo dell’Aeronautica spagnola che lo portò a Fuerteventura. Lì Hitler e la moglie salirono a bordo di un convoglio di tre sottomarini. Quando arrivarono sulla costa dell’Argentina passarono la notte in un ranch chiamato Moromar, per poi recarsi a San Carlos de Bariloche in una proprietà dell’ambasciatore nazista in Cile".

Per Williams queste parole sono una prova più che eloquente della veridicità della teoria, Hitler è, senza alcuna ombra di dubbio, fuggito in America Latina. Purtroppo per Williams la sua ossessione per la ricerca di Hitler, sulle cui tracce ha trascorso gran parte della sua vita da giornalista, come abbiamo già detto questa teoria presenta molteplici criticità. La testimonianza del pilota, per quanto avvincente e interessante, conta ben poco, soprattutto se a smentire questa teoria ci sono prove reali, frutto dell'analisi forense, ma andiamo con ordine e vediamo quali sono le criticità della teoria di Williams e della testimonianza di Baumgart.

Baumgart sapeva di trasportare Eva Braun e Adolf Hitler

Se è vero che Hitler ed Eva Braun sono fuggiti nella più totale segretezza, allora, il compito di accompagnare i due volti più noti del Reich in Danimarca sarebbe stato affidato ad un uomo di estrema fiducia per il Reich, qualcuno di cui il Fuhrer stesso, probabilmente per intercessione di qualcuno dei suoi fedelissimi, potesse fidarsi ciecamente, al punto di affidare a questo singolo uomo la propria sopravvivenza. Il pilota incaricato per una simile missione molto probabilmente sarebbe stato un uomo leale al Reich oltre ogni limite e soprattutto, un uomo devoto ad Hitler, un uomo che non avrebbe mai tradito il segreto del suo Fuhrer, e che molto probabilmente sarebbe morto pur di mantenere il segreto. A questo punto, possiamo ipotizzare che, la ricostruzione più realistica in merito alla fuga di Hitler, veda una fuga totalmente anonima, con un Hitler in incognito, camuffato in qualche modo, e scortato da un fedelissimo del Reich pronto ad eseguire gli ordini ed eventualmente a morire, senza fare troppe domande, senza chiedersi o chiedere chi fossero le persone che stava accompagnando e, in ogni caso, una volta giunti a destinazione, molto probabilmente questo qualcuno sarebbe stato assassinato dallo stesso Hitler, così da non correre alcun rischio per la propria sicurezza, del resto è difficile immaginare che, un uomo il quale ha simulato la propria morte per sfuggire agli alleati, lasci dietro di se una lunga scia di testimoni in grado di smentire la propria morte. Insomma, anche se non morto realmente e se fosse reale la teoria della fuga, allora il nome di Hitler sarebbe comunque morto in quel bunker e non avrebbe lasciato Berlino o la Germania, esattamente come avevano fatto tutti i gerarchi nazisti fuggiti dai territori del Reich negli ultimi mesi di guerra.

Passare inosservati nei cieli di mezza Europa

La seconda incongruenza in questa teoria riguarda la fuga vera e propria, Hitler sarebbe fuggito da Berlino dirigendosi prima in Danimarca e poi a Barcellona, riuscendo a superare inosservato gli uomini dell'Armata Rossa che si avvicinavano a Berlino, riuscendo a percorrere più di 300 chilometri che separano Berlino da Tonder, volando in un territorio controllato dagli alleati. Se le cose sono davvero andate in questo modo, c'è solo una spiegazione possibile, Hitler era il figlio illegittimo di Houdini e di Arsenio Lupin III, un vero e proprio maestro del travestimento e dell'illusionismo che, nonostante fosse probabilmente l'uomo più iconico e con il volto più noto della propria epoca e nonostante in quel momento fosse l'uomo più ricercato del pianeta, riuscì a passare inosservato, sgattaiolando sotto gli occhi del nemico, fuori da Berlino e lì sarebbe riuscito a salire su un aereo che lo avrebbe condotto a Tonder, senza essere abbattuto dalle forze aeree alleate. Non credo sia necessario spiegarlo ma, per non correre rischi lo spiegherò ugualmente. Quasi nessuno dei nazisti fuggiti sul finire della guerra, si trovava in Germania al momento della fuga e nessuno dei pochi che si trovavano in Germania si trovava a Berlino, questo perché la capitale era assediata, stretta dal fuoco incrociato delle forze angloamericane e dell'armata rossa. Fuggire da Berlino era umanamente impossibile, chiunque provasse a lasciare la città durante la stretta finale veniva identificato e messo agli arresti a meno di rarissime eccezioni, e questo significa che un uomo come Hitler, con l'aspetto di Hitler, anche se camuffato e modificato in qualche modo, non sarebbe mai riuscito ad allontanarsi inosservato, dalla città di Berlino.

La testimonianza di Baumgart è davvero attendibile?

Senza considerare le mille incongruenze emerse fino a questo punto, dobbiamo chiederci, la testimonianza di Baumgart, durante il processo, è valida? Conoscendo il destino a cui andava in contro in qualità di soldato del Reich, possiamo davvero credere che Baumgart abbia detto la verità? Oppure ha semplicemente cercato una via di uscita, che gli permettesse di sopravvivere, fornendo informazioni per la cattura di un pesce decisamente più grosso di lui? Oppure possiamo supporre che Baumgart si sia inventato tutto, basandosi magari su alcuni eventi reali, pur di avere un qualche sconto di pena? In un discorso storico e investigativo, bisogna tenere sotto mano entrambe le ipotesi, non possiamo fidarci ciecamente delle parole di una persona che rischiava la pena capitale, se poi consideriamo la delicatezza della missione di condurre Hitler fuori da Berlino e, come dicevamo sopra, questa missione sarebbe stata affidata ad un fedelissimo, un uomo pronto a morire per il proprio Fuhrer, ecco che la veridicità di queste parole viene fortemente messa in discussione e affinché sia valida dovrebbero esserci delle prove concrete, o altre testimonianze in grado di confermare o smentire questa teoria, e se da una parte non abbiamo altre testimonianze favorevoli, dall’altra abbiamo qualcosa di meglio.

Abbiamo le prove della morte di Hitler nel bunker



Quelle elencate sono solo alcune delle criticità della teoria, in realtà ne esistono molte altre, ma che non starò qui ad elencare e in realtà avrei potuto glissare su tutte le precedenti criticità, soffermandomi su quest'ultimo punto, le prove della morte di Hitler nel bunker di Berlino. Non molto tempo fa ho pubblicato un articolo, che vi invito a recuperare, in cui presentavo i risultati di uno studio clinico condotto da una equipe di antropologi forensi, su alcuni frammenti ossei classificati e dimenticati, appartenuti ad un corpo senza nome, ritrovato nel bunker di Berlino. I risultati dello studio sono stati pubblicati sul "European Journal of Internal Medicine" attraverso un articolo molto interessante dal punto di vista storico, intitolato "The remains of Adolf Hitler: A biomedical analysis and definitive identification", per chi non conoscesse l'inglese "I resti di Adolf Hitler: analisi biomedica e identificazione definitiva". Per chi volesse approfondire la questione può recuperare il mio precedente articolo, qui mi limiterò ad esporre i risultati dello studio. Tra i frammenti ossei ritrovati c’è quello del cranio lesionato che presenta un’uscita peri mortem, compatibile con un foro di proiettile, all’altezza dell’osso parietale sinistro. Per l'equipe di esperti forensi che ha analizzato le ossa, molto probabilmente il proiettile che ha causato quel foro è stato letale, insomma, il proprietario di quelle ossa è morto per un colpo di pistola alla testa. La posizione del foro di proiettile coincide con le informazioni a noi note sulla morte di Hitler, il cui decesso, secondo le fonti ufficiali, è stata causata proprio da un colpo di proiettile alla tempia sinistra. Come spiego nell'altro articolo non sappiamo se sia stato un suicidio o meno, perché l'angolazione del proiettile non sembra totalmente compatibile con l'ipotesi di suicidio. Tra i frammenti ossei ritrovati ed analizzati dall'equipe forense vi sono anche alcuni frammenti della mascella, i quali - sulla base delle radiografie dentarie di Hitler - pervenuteci attraverso la sua scheda clinica, sembrano essere compatibili ben oltre il 90%. Una simile compatibilità nella dentatura e nelle protesi dentarie presenti è strabiliante. Pur non escludendo l'ipotesi di una coincidenza, gli esperti forensi sono abbastanza convinti del fatto che quei denti, che quella mascella e quelle ossa appartenessero a Hitler. Del resto, nel 1945 l'identificazione dei cadaveri attraverso l'impronta dentale non era la prassi, anche perché all'epoca non vi era alcuna teoria di odontoiatria forense, questa scienza è molto recente, basti considerare che, solo a partire dagli anni 90 ha iniziato a diffondersi come elemento di prova nei tribunali statunitensi, i quali sono stati i primi a riconoscerne l'unicità e la validità come prova al pari del DNA e delle impronte digitali.

Insomma, Hitler è davvero fuggito in Argentina?

Se bene ci siano molte teorie in merito, queste risultano totalmente speculative e prive di alcun tipo di documentazione valida e verificabile, prive di prove concrete, la cui assenza è spesso giustificata da un qualche complotto, e il più delle volte, si appoggiano a documentazioni parziali, testimonianze inconcludenti e indagini svolte nei primi anni 50 da agenti statunitensi che non credevano alla versione ufficiale fornita dall'Unione sovietica. Tuttavia, le prove antropologiche, gli studi clinici e forensi, sembrano dimostrarci, ormai oltre ogni ragionevole dubbio, che Hitler sia effettivamente morto in quel Bunker berlinese nell'aprile del 1945, e viste le prove in nostro possesso, forse dovremmo interrogarci di più sul come è morto effettivamente Hitler: si è suicidato o è stato assassinato? Se si tratta di assassinio, chi è stato ad esplodere il proiettile che lo avrebbe ucciso salvandolo dall'umiliazione dell'arresto e dei processi di Norimberga? Di sicuro queste domande non troveranno risposta finché continueremo ad inseguire fantasmi e teorie stravaganti.

martedì 7 agosto 2018

Nuovo studio dimostra un'origine antica della Sindone? Siamo alle solite

Avevo già trattato sul mio precedente blog di presunti dibattiti aperti sull’origine medievale della Sindone, si tratta ormai da anni di un fatto scientificamente accertato, al di là di ogni ragionevole dubbio



Quando si parla di questioni che toccano la religione ed in particolare reliquie sacre, ancora nel 2018 si fa presto a considerare ogni nuovo studio che viene pubblicato come una sorta di pietra miliare, che riaprirebbe questioni spinose, toccando le credenze di milioni di persone. A questo dobbiamo aggiungere il fatto che a Torino ci si prepara all’ostensione del lenzuolo. Che la Sindone di Torino sia un falso storico è stato dimostrato anche da un grande debunker sperimentale del Cicap, il prof. Luigi Garlaschelli che me ne parlò in una intervista. Ma gli studi non si fermano. Così oggi leggiamo annunciata in pompa magna la ricerca di Paolo Di Lazzaro dell'Enea su alcuni campioni di sangue che risulterebbero antichi. La ricerca è immediatamente successiva ad un’altra che dimostra come almeno la metà di queste macchie di sangue siano false

Nessuno studio mette in discussione l'origine medievale



Lo studio di Di Lazzaro non mette in discussione né la ricerca precedente, né l’origine medievale, almeno nella sostanza dell’esperimento così come viene presentata nell’articolo pubblicato su Applied Optics il 2 agosto scorso. Grazie ai miei contatti vicini a Soros e al Bilderberg ho potuto leggere l’articolo integrale. Ma ufficialmente mi è stato girato da un collega ricercatore abbonato alla rivista. Già dalle prime avvertenze capiamo che non si tratta affatto di uno studio il quale rimetterebbe in discussione le origini medievali del lenzuolo. 

The unique reddish blood stains on the archaeological cloth known as the Shroud of Turin caught the attention of several scholars, who proposed different hypotheses to explain the unusual blood color. To date, just a few hypotheses have been tested experimentally, and the results are debatable. In this paper, we test the strength of two hypotheses (namely, the presence of carboxyhemoglobin and the long-term influence of ultraviolet light on high-bilirubin blood) by the spectral reflectance of the blood stained regions on the Shroud and by color analyses of ultraviolet irradiated high-bilirubin blood stains on linen. The relevance of these simple methods to the study of stained textiles is discussed.

Se non sapete l’inglese - male - eccovi una piccola analisi critica. Oltre al fatto che si tratta di un esperimento attorno ad una ipotesi, come spiega lo stesso Di Lazzaro:

Il nostro obiettivo era … capire perché il sangue presente sul telo è rosso e non marrone, come dovrebbe essere un sangue antico e ossidato [nell’esperimento durato quattro anni] abbiamo usato il sangue di una persona malata di ittero, perché contiene grandi dosi di bilirubina [impregnandone un telo di lino, scoprendo che] l'interazione tra raggi ultravioletti e bilirubina altera il colore delle macchie.

La ricerca verifica una tesi sul colore delle macchie di sangue

Da quello che si può evincere dallo studio il problema è stato quello di spiegare come mai del sangue così vecchio non fosse scurissimo - come dovrebbe - ma bensì rossiccio. Secondo Di Lazzaro se si prende del sangue vecchio ma ricco di bilirubina (per itterico o a seguito di tortura) e lo si investe di raggi Uv, diventerebbe rossiccio. Ma occorre far notare che dalle foto e dalle spettroscopie pubblicate, l'arrossamento è quasi invisibile ad occhio nudo. La cosa interessante è che esiste anche un’altra tesi in base alla quale le macchie di sangue sarebbero state ritoccate con colori rossi. Resta un fatto: questo studio non smentisce affatto l’origine medievale del lenzuolo, con buona pace dei sindonologi.

mercoledì 18 luglio 2018

Chi è il “padre del riscaldamento globale”? Ha davvero ritrattato? No, il primo a teorizzarlo morì quasi un secolo fa


L’economista Ross McKitrick definito come il “padre del riscaldamento globale”, non si capisce a che titolo, avrebbe rinnegato la sua creatura dimostrando che i dati sul clima sarebbero sovrastimati. 

"Dai rapporti del Western Journal: l’economista Ross McKitrick e lo scienziato climatico John Christy hanno rilevato che le tendenze del riscaldamento osservate corrispondono all’estremità inferiore di ciò che Hansen ha fornito al Congresso durante un’audizione sul riscaldamento globale organizzata dall’allora deputato Al Gore". 

Una paternità improbabile


Il problema è che McKitrick è noto per essere un negazionista del riscaldamento globale, andando ben al di là delle sue competenze, che non lo rendono certo esperto di climatologia, né tanto meno gli si può attribuire alcuna paternità. Il suo metodo per verificare l’esistenza o meno di un riscaldamento globale non ha nulla di scientifico. L’analisi fatta su RationalWiki è davvero esilarante: l’economista inserisce i dati che vuole in un computer e si ferma non appena ha ottenuto il risultato desiderato, dopo di che cerca pure di farseli pubblicare su riviste specializzate, non superando mai la peer review, ma non importa, basta lamentarsi contro i poteri forti che lo censurano e tutto passa. Sì esatto, non è mai riuscito a pubblicare niente sul riscaldamento globale in riviste scientifiche serie.

Chi è stato il primo teorico del riscaldamento globale?


Se proprio dobbiamo trovare un padre quello che avrebbe maggiori diritti alla patria podestà è molto probabilmente il chimico e Premio Nobel svedese Svante Arrhenius (1859 - 1927)Nel 1896 ipotizzò l’esistenza di una correlazione tra le concentrazioni di anidride carbonica nell’atmosferica e la temperatura. Arrhenius suggerì che se la concentrazione di CO2 fosse raddoppiata, questo avrebbe portato ad un aumento della temperatura di 5°C. In un secondo momento calcolò assieme a Thomas Chamberlin in che modo le attività umane avrebbero contribuito a riscaldare il pianeta, addizionando anidride carbonica all'atmosfera. Tale ricerca si rivelò predittiva quasi un secolo dopo, quando venne verificata nel 1987 da David Keeling. La predittività è una caratteristica importante nel Mondo della Scienza, chiediamoci se per caso i negazionisti hanno mai prodotto ipotesi aperte alla confutazione, che sono state poi verificate da altri ricercatori: la risposta è “no”.

La fonte originale non è attendibile


Il testo originale è stato tradotto da fonti non proprio avvezze al fact checking, Michelangelo Coltelli di Butac è già andato a ritroso nell’analisi dei copia-incolla che hanno generato anche l'illegittima paternità di McKitrick. Si arriva così ad un autore originale che si nasconde dietro lo pseudonimo di Baxter Dmitry già noto per l’assidua creazione di fake news. La parte riguardante James Hansen ex scienziato Nasa che testimoniò per Al Gore nel 1986 in merito al riscaldamento globale non ha mai - come affermato in questi post copia-incolla - ricusato il comportamento di Gore sostenendo addirittura che i dati fossero stati gonfiati.

"Secondo Hansen, Al Gore ha preso i dati forniti dello 'scenario peggiore' e lo ha intenzionalmente distorto, facendo rebranding come 'Global Warming', guadagnando decine di milioni di dollari nel corso del processo".

Il riscaldamento globale è stato ampiamente dimostrato


Quale sarebbe la fonte su cui si basano tali affermazioni? Non ci è dato saperlo. Del resto il cosiddetto “scenario peggiore” sono le proiezioni che Hansen stesso presentò e che vengono studiate tutt’oggi. Come al solito i negazionisti del riscaldamento globale si rivelano essere ciò che imputano agli altri, ovvero non proprio corretti e trasparenti nel loro operato. Gli studi in merito sono tanti e si corroborano tra loro, uno in particolare condotto dal climatologo inglese Ed Hawkins si è basato sull’analisi dei cambiamenti di temperatura nel Mondo dal 1850 ai nostri giorni, da cui si evince proprio negli ultimi decenni un aumento delle temperature difficile da non attribuire all’attività umana. 

Il cloruro di magnesio cura tutti i mali oppure è cancerogeno? Niente di tutto questo



Il cloruro di magnesio potrebbe far parte dell’eletta schiera dei cosiddetti “superfood”, i super-cibi in grado di curare oltre che nutrire, come l’avocado e tanti altri. Il problema è che - come tutti i superfood - di “super” ha ben poco. Da una parte c’è chi elenca varie proprietà che farebbero di questa sostanza una panacea, dall’altra c’è chi vuole metterci in guardia dalla sua tossicità. Cerchiamo quindi di fare il punto su ciò che sappiamo per certo e cosa invece sarebbe il caso di non condividere in Rete.

Le presunte proprietà del cloruro di magnesio


Si tratta di un composto organico indicato generalmente dalla formula MgCl2 ma ne esistono diverse forme ed è un additivo alimentare, viene usato a livello industriale anche per ottenere il magnesio metallico, nella manifattura dei tessuti, nella carta, nei materiali ignifughi e nei cementi. A noi interessa per quanto concerne l’industria alimentare. Nell’Unione europea viene classificato tra gli additivi alimentari con la sigla “E 511”, ed è utilizzato come regolatore di acidità, agente rassodante, esaltatore di sapidità e anti-agglomerante. Di seguito riporto un elenco di patologie che questa sostanza dovrebbe curare secondo diversi siti salutisti non proprio dediti al fact checking:

“Epilessia, distrofia, sclerosi, poliomielite, tumori, asma, bronchite cronica, broncopolmonite, enfisema polmonare, pertosse, raucedine, affezioni intestinali, malattie cervicali, tensioni muscolari, artriti, sciatiche, dolori ai muscoli, calcificazioni, osteoporosi, depressioni, ansie, paure, mali di testa, febbri, fuoco di sant’Antonio, tetano, rabbia, parotite, rosolia, morbillo e numerose altre malattie dell’infanzia”.

Facendo una ricerca per parole chiave su Pubmed, associando il cloruro di magnesio alle varie patologie elencate non è stato difficile scoprire che spesso queste attribuzioni sono molto superficiali, si basano su studi che riguardano gli animali e spesso non collegano direttamente la sostanza alla cura della malattia ma ad altre circostanze, come nel caso della gestione degli oppioidi nel trattamento dell’epilessia. In altri casi mancano proprio gli studi o le conclusioni vertono in ben altre direzioni. Nel trattamento del cancro al seno qualche risultato clinico è stato riscontrato per quanto riguarda possibili funzioni cito-tossiche nel combattere le cellule maligne, ma con meno efficacia di altri agenti chemioterapici convenzionali, come il cisplatino.

La scoperta di Pierre Debet


Quando in Rete vengono elencate tutte le presunte proprietà che farebbero del cloruro di magnesio una panacea, si cita spesso il medico e anatomista francese Pierre Delbet che lo impiegò durante la Grande guerra nel trattamento dei pazienti. Il problema è che - come succede spesso anche con Nikola Tesla - vengono totalmente omesse le sue reali scoperte, mentre gli si attribuiscono tutte le affermazioni mai dimostrate appena elencate. Certamente Delbet scoprì che il cloruro di magnesio era eccellente per igienizzare e disinfettare, oltretutto aveva dimostrato - contrariamente a quanto si pensava all’epoca - che se assunto in quantità moderate questa sostanza è del tutto innocua all’organismo. 

Problemi dovuti alla carenza di magnesio


Si trovano in commercio degli appositi integratori di magnesio, perché effettivamente esistono dei problemi nei quali il nostro organismo incorre di sicuro nel caso di una sua carenza nel sangue. Nel gergo medico questo problema si chiama “ipomagnesemia”. Tra le cause troviamo l’alcolismo, insufficienze alimentari e malattie della tiroide. I sintomi possono essere tra i più vari: vomito, diarrea e insufficienza renale. Si potrebbe anche incorrere in problemi dell'umore, crampi muscolari, aritmie cardiache e ipertensione arteriosa. Nelle donne la carenza di magnesio può causare la sindrome premestruale.

I pericoli dell’eccesso di cloruro di magnesio


Il problema di certi post che vantano le sedicenti proprietà curative di questa sostanza è che quasi mai raccomandano la moderazione nell’assumerlo. Infatti al contrario dei prodotti omeopatici - che non presentando alcuna traccia di principio attivo sono del tutto privi di effetti collaterali - oltre a non essere la panacea di tutti i mali, il cloruro di magnesio se assunto in dosi eccessive può portare a sviluppare ben altri problemi, riassunti nel termine medico “ipermagnesemia”, questa comporta vari sintomi, quali aritmie, disturbi al cuore, problemi respiratori e stati ipotensivi. Ma anche nel frangente degli “effetti collaterali” possiamo incorrere in vere e proprie bufale mediche, con la pubblicazione di elenchi del tutto fasulli i quali bollano il cloruro di magnesio come sostanza cancerogena.

Hanno trattato di questo argomento anche i colleghi di Wired e Butac.