venerdì 13 marzo 2020

Coronavirus. No, nessuno sceglie chi salvare in terapia intensiva


Ascoltavo con piacere l’ultimo podcast del filosofo Rick DuFer, il quale ha avuto lo stomaco di leggere un articolo de Il Giornale, dove diversi “intellettuali” sono stati chiamati a rispondere a un presunto dilemma morale: che criterio dovrebbe usare un medico per scegliere chi salvare in terapia intensiva?

Qui trovate il podcast di Rick, dove “blasta” senza pietà i “luminari” che hanno accettato di rispondere. Ma essendo insulsa la domanda, le loro analisi non sono da meno. L’unico che si salva è Maurizio Ferraris, che dichiarandosi “ignavo” si defila da questo "genocidio neurale". 

Perché ha fatto bene il filosofo del new realism a non rispondere? Per ragioni che in parte spiegavo già su Open, dove facevo notare che i medici non scelgono proprio un “mazzo”.

Il triage in medicina serve a non decidere chi può vivere


Come tutti i problemi sistemici, li si affronta prendendo atto della realtà e del fatto che metodi alternativi farebbero danni peggiori. Parliamo di un processo che serve a determinare la somministrazione dei trattamenti, in base alla probabilità di sopravvivenza dei pazienti, e della disponibilità di mezzi e personale specializzato.

Non si tratta di "scegliere chi vive e chi muore", come si è detto in certe testate, e ci mancherebbe! Purtroppo ci pensa già la Natura (qualsiasi cosa significhi questa parola), a rendere un paziente con più o meno probabilità di sopravvivere. 

Abbiamo un posto di terapia intensiva e due pazienti: il primo deve essere operato per un tumore, che se trattato in tempo porta a guarigione nel 90% dei casi; il secondo ha complicazioni, che a prescindere gli lasciano scarse probabilità di sopravvivenza. Cosa facciamo? L’unica soluzione è dedicarsi al primo paziente. 

Qualsiasi scelta, ovvero qualsiasi decisione diversa, che non implichi un aumento di mezzi e personale, significherebbe aumentare le probabilità di perdere entrambi i pazienti, aggravando ulteriormente la situazione. Se lo scopo è ridurre il conteggio dei morti, filosofare a caso su presunte decisioni utilitariste dei medici, non è una buona idea.

Non si tratta di preferire gli anziani ai giovani o i malati di Covid-19 ai pazienti oncologici. Chi mai ha detto una cosa del genere? forse i medici nazisti. Ovviamente il triage non mette gli operatori sanitari al riparo da turbamenti, questi sono più che comprensibili, però derivano dalla loro impotenza, di fronte a una situazione in cui non si può scegliere affatto.  

Pixabay | Clinical trial, icona.

Tra misure prescrittive e sistemiche

Chiedo scusa in anticipo se farò un uso piuttosto personale dei termini “prescrittivo” e “sistemico”. Non sono un accademico, non mi intendo del loro comune uso in letteratura, cerco solo di far comprendere meglio le assurdità di certi discorsi, sui medici che deciderebbero chi vive e chi muore.

La migliore delle decisioni sarebbe curare tutti, secondo la regola del «first come, first served». Tutti infatti hanno diritto a cure mediche. Per questo non avrebbe senso decidere chi curare su basi qualitative del paziente, o su ragionamenti utilitaristi. 

Curiamo prima il salutista vegano o il tabagista obeso? Sono tutte domande che dovrebbero farci riflettere sulla stupidità di chi le pone. Il triage deriva proprio dall’esigenza di lasciarci alle spalle ragionamenti "morali", basandosi non su atti prescrittivi (decido sulla realtà adattandola alle mie idee), bensì sull’agire in base sistemica (questa è la realtà, cosa posso fare e non fare per minimizzare i danni?). 

La differenza tra prescrittivo e sistemico la vediamo anche in altri ambiti: per esempio sul cambiamento climatico. Infatti non è un caso se anche su questo frangente non riusciamo a capirci. C’è chi pensa di risolvere tutto negando o minimizzando il problema, decidendo su cosa è economicamente e socialmente più utile nel breve tempo; altri prendono atto della situazione reale e del sistema complesso ch’è il clima, e il modo con cui produciamo e usiamo l’energia. 

OK, qui sto divagando...


Abbiamo un solo Pianeta: il primo paziente è l’insieme delle fonti rinnovabili, relativamente poco diffuse e con problemi ancora da risolvere, come quello delle batterie usate per ottimizzare il consumo di energia; il secondo è l’insieme delle fonti fossili, ampiamente utilizzate, reggono l’economia e il nostro benessere, ma inevitabilmente ci porteranno al disastro nel lungo periodo. Su quale dei due pazienti dovremmo operare? 

Credit foto di copertina: aitoff/PixabayStormtrooper, Lego, barella.

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