mercoledì 25 novembre 2020

Perché la Stampa mainstream fa schifo e i giornalisti sono tonti

Il titolo è clickbait e va bene così. Ora se volete pure leggere, vi spiego che differenza dovremmo considerare tra misinformazione e disinformazione, e perché la prima rende vittima gli stessi giornalisti, mentre la seconda è ingiustificabile



Il caso del paper dell’Istituto Tumori di Milano, sul nuovo Coronavirus presente in Italia fin da settembre ha provocato lo sdegno di molti, sul cattivo giornalismo e la carenza di giornalisti scientifici nelle redazioni. Ora, visto che sono stato tra i primi a smontare quello studio, posso scrivervi con tutta serenità perché - secondo me - in questo caso non si può parlare di cattivo giornalismo, bensì di giornalismo inquinato, o inquinamento informativo. È un problema, di cui le prime vittime sono proprio le redazioni dei quotidiani.


È inutile quanto dannoso dare continuamente la colpa ai giornalisti. La scarsità di tempo e l’impossibilità di avere sempre disponibili dei giornalisti scientifici non è una colpa, quanto un limite fisiologico. E lo slow journalism? C’è e si chiama settimanale di approfondimento. A parte gli scherzi, il giornalista scientifico può benissimo tornare su una notizia in un secondo momento, ovviando alle imprecisioni o denunciando una fonte che ha fregato i colleghi, colti alla sprovvista. Esattamente quel che è capitato di fare a me, o ad altri colleghi, che si sono trovati nell’imbarazzo di dover denunciare una disinformazione, dopo che la propria testata l’aveva fatta circolare.


Questa è certamente misinformazione, ma è colpa dei giornalisti quanto un asintomatico è colpevole di attentare alla vita degli anziani. Seguite la metafora: tutti noi dovremmo stare a casa per limitare la diffusione del virus, ma andare al supermercato, dal barbiere, o a prendere un caffè ogni mattina, perché l’Enel non ti attiva il gas da un mese (true story), è un limite fisiologico. Se abbiamo un focolaio di infezione, non significa necessariamente che centinaia di persone non hanno rispettato il distanziamento sociale. Fuor di metafora, è molto probabile, se salta fuori che una notizia errata è stata diffusa su quasi tutti i giornali, che ci troviamo di fronte a un fenomeno di inquinamento informativo.


Se a qualcuno di voi piace pensare che tutti i giornalisti - o buona parte - siano degli incompetenti, io non posso impedirvelo, ma sappiate che il ragionamento alla base è lo stesso che porta alcuni a considerare tutti i migranti irregolari, dei potenziali criminali. Non di meno, il cattivo giornalismo esiste davvero; analogamente, nelle carceri troviamo anche cittadini di paesi in via di sviluppo. Bisogna sempre contestualizzare. Allora facciamolo subito.


Nota bene prima di proseguire la lettura:

  • In ogni riga di questo articolo parlo a titolo personale, usando uno stile che differisce del tutto o in parte da quello che uso sul lavoro;
  • Non sto negando che il problema della disinformazione sia in parte dovuta a giornalisti scorretti o impreparati;
  • [Quadre] e barrati sono la cifra della libertà di stampa in questo Paese;
  • Ogni riferimento a terzi non vuole mai essere a titolo personale;
  • Prima di commentare accertati di non aver letto solo il titolo.


Disinformazione e misinformazione


L’articolo di Ivo Mej che nel suo blog, ospitato dal Fatto Quotidiano, dà voce alle tesi di complotto sugli allunaggi delle missioni Apollo è certamente cattivo giornalismo [controverso], come puntualmente denunciato dal nostro decano, Paolo Attivissimo, in un epico dibattito a colpi di tweet col direttore Peter Gomez. Mej aveva a disposizione decenni di studi, letteratura giornalistica di qualità, e la possibilità di consultare diversi fact-checker, ma ha scelto la via del giornalismo a tesi: si parte da una convinzione preconcetta, e si cerca di raccogliere tutto ciò che la conferma, ignorando le fonti che la smentiscono. Quando Claudio Messora pubblica un articolo dove si riportano affermazioni negazioniste di un collegamento tra HIV e AIDS, fa la stessa cosa [Messora è la persona, Byoblu il blog, che riporta affermazioni di altri, che fassoddoni con antani]. Poco importa se poi il testo è stato cancellato, perché non esiste ancora una rettifica a quel pezzo. 


Scelte editoriali queste sconosciute


A questi fenomeni si aggiunge un potenziale conflitto di interessi, dovuto alla necessità di trarre profitto dai click. Non tutte le testate funzionano così. Alcune come Open, non hanno scopo di lucro, tutto viene reinvestito in attrezzature, software e personale. Accusare testate di questo tipo di fare clickbait equivale a disinformare, e in certo modo a diffamare. Poche altre come il Post possono permettersi di aspettare, perché hanno fidelizzato un pubblico che aspetta di leggere le loro analisi, similmente succede col progetto Open Fact Checking (che agisce in autonomia: sfumatura che può riguardare diverse altre rubriche in altri media), grazie anche al fatto che ne fa parte, assieme al sottoscritto, l’amico David Puente, un volto pulito del giornalismo italiano, che ha conquistato la fiducia di molti. 


Il relativismo della gravità negli errori


Editore, scelte editoriali e volti noti possono cambiare notevolmente le modalità con cui una testata può permettersi di spendere il tempo a disposizione, facendo apparire più o meno gravi eventuali errori o imprecisioni. Ricordo che anni fa un maestro dell’indagine dei falsi miti, confuse Luigi XVI con Luigi XIV, il Re Sole. Un errore affatto percepito, comprensibilmente, perché la Storia non era nel focus delle sue argomentazioni, inoltre la sua fama ha permesso a tutti di comprendere che anche i migliori sbagliano ogni tanto. Cosa potrebbe succedere allora a un giornalista, di quelli che magari non devono ripetere gli stessi concetti per anni nei convegni?


Quando Open era al suo primo anno di vita ci siamo trovati sotto attacco quotidiano da parte dei detrattori del nostro editore, Enrico Mentana. Così ogni minima sbavatura diveniva un «errore grave», anche perché spesso il bisogno irrefrenabile di umiliare dei praticanti alle prime armi, superava il sincero interesse alla correttezza dell'informazione. Un retaggio di questo bullismo mediatico è ancora visibile su Facebook, sotto le mentite spoglie di pagina satirica, il cui nome richiama i 15mila CV inviati a Mentana nell'estate 2018. 


Ne sono stato vittima persino io. Non avendo (per fortuna e purtroppo) un volto noto, ero assimilato allo stigma - creato da tali buzzurri - del «giornalista scemo di Open», con buona pace degli anni - in parte già col Tesserino dell'Ordine - passati assieme agli esperti a combattere la disinformazione. In queste condizioni non puoi permetterti di confondere i Sovrani francesi. Ricordo un esempio tra tanti. Un mio articolo sui falsi miti medievali compare assieme a una foto del Rinascimento italiano, che secondo l’editor di allora andava bene, perché precedente al 1492, anno della scoperta dell’America (un falso mito ereditato a Scuola). Apriti cielo! Non solo mi sono fatto carico di un errore non mio, ma ovviamente sono diventato il cattivo giornalista che fa «errori gravi». Bè, lasciate che vi sveli un segreto: un errore è grave quando correggendolo ti tocca buttare nel cestino l’intero articolo, tutti gli altri sono re di Francia.


Quando anche i giornalisti sono parte lesa


Disinformazione e falsi miti spesso rendono vittime quanto i lettori gli stessi giornalisti che li ereditano; non solo in Italia; non solo nelle testate meno autorevoli. Quando Jonathan Foley spiega a Forbes durante gli incendi in Amazonia, che la Foresta amazzonica non è il «polmone del Pianeta», non lo fa in risposta ai giornalisti nostrani, ma al pool di analisti scientifici della BBC, e ai colleghi di Snopes, che ne riportarono l’affermazione. Recentemente la CNN ci ha annunciato che non è possibile raggiungere l’immunità di comunità contro il SARS-CoV-2, dando per scontata la differenza tra immunità naturale e quella indotta dai vaccini. Anche in questo caso, come nei precedenti esempi, abbiamo un articolo corretto, ma che non approfondisce alcuni punti, che si prestano a fraintendimento. Così abbiamo letto un po’ ovunque titoli che contraddicevano quanto emerso negli studi precedenti: tutti i positivi sviluppano gli anticorpi.


Similmente, il paper pubblicato con una peer review discutibile sulla presenza di anticorpi specifici al SARS-CoV-2 in Italia da settembre, ha fuorviato tanti colleghi, contraddicendo quanto emerso recentemente sulla cross-reattività, ovvero la possibilità, che alcune persone infettate in passato da Coronavirus comuni, possano aver sviluppato anticorpi che casualmente funzionano anche per neutralizzare il Nuovo, emerso ufficialmente nel dicembre 2019. In tutti questi casi il giornalismo non è complice ma vittima. È bene capirlo, perché a furia di «blastare» validi colleghi che ci sono «cascati» produrrà i Mej e i Messora del domani [non che ci sia niente di deprecabile, «hanno fatto anche cose buone», e poi c'è la libertà di opinione che tapioca la supercazzola con scappellamento a destra]: persone capaci e intelligenti, che a un certo punto hanno dovuto sbattere la testa contro l’arroganza scientista, che non c'entra niente con la buona divulgazione, ed è lesiva tanto quanto i ciarlatani, la paranoia complottista, e la propaganda politica; come quella cinese, che ha puntualmente usato lo studio dell'Istituto Tumori per traslare altrove lo spillover


  • Sullo scientismo, ch'è diverso dal buonsenso dello scienziato e del divulgatore ha fatto un video interessante il filosofo Rick DuFer, «Fenomenologia del negazionista». Ascoltatelo, perché se i miei accenni critici a questo mal costume vi irritano, forse non avete ben chiaro il vero senso del termine.


Meno capri espiatori e più rispetto del lavoro dei giornalisti


Una delle chiavi del problema è tutta qui, nel saper distinguere tra misinformazione (giornalismo vittima di inquinamento informativo) e disinformazione (giornalismo a tesi). È vero - almeno in parte - che il giornalismo lento screma tutti i problemi, ma non possiamo vivere di settimanali e mensili di approfondimento. Meglio sbagliare tutti i giorni nella piena libertà di farlo, che non poterlo fare mai più, perché la Stampa è arrivata troppo tardi. Un flusso continuo di informazioni è un presidio di democrazia. Quando Bob Woodward e Carl Bernstein scrissero l'inchiesta del Washington Post che fece esplodere lo scandalo Watergate, non vennero presi subito sul serio, c'era un margine che li esponeva sempre all'errore, ma hanno tirato avanti, perché potevano farlo in una Stampa libera, anche di sbagliare, senza la quale la Storia americana avrebbe potuto svolgersi diversamente. 


Il problema infatti non è l’errore, quanto il preciso intento o prassi di fare giornalismo a tesi. Chi lo fa non commette alcun errore, fa proprio disinformazione, o ammette la possibilità di farne, purché l’ideologia della sua lobby venga salvaguardata e rafforzata. Leggere bufale sui migranti o sulle Scie chimiche, non è dovuto a errori, ma a cattivi direttori responsabili, cattivi editori e cattivi lettori. Il praticante, il redattore sottopagato e il collaboratore retribuito a pezzo, non sono complici, ma vittime. È il caso di rifletterci, ma lo si può fare solo facendo un bagno di umiltà: dobbiamo capire, rispettando il lavoro di tutti, non denigrando e facendo capri espiatori.


È il ciarlatano quello che invita i suoi lettori a lasciar perdere i «media mainstream», smettiamo di aiutarlo, dando la caccia coi forconi a tutta una categoria. Se una notizia falsa viene ripresa ovunque, e non si comprende che questo può spiegarsi più probabilmente con una manovra (più o meno consapevole) di alcuni, che viene prima della pubblicazione nelle Agenzie di stampa, allora stiamo solo cercando l’untore, l’avvelenatore di pozzi: il capro espiatorio che ci farà sentire migliori degli altri, ben lungi dal risolvere un problema, quanto incentivandolo ulteriormente, e lasciando impuniti e liberi di agire chi ha davvero creato il problema alla radice. Basta andare a vedere la caterva di preprint e comunicati sensazionalisti sulla Covid-19, usciti dagli uffici stampa di vari atenei durante l'anno, per farci un'idea.

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Foto di copertina: Alexas_Fotos | Giornalisti.

mercoledì 12 agosto 2020

Cugino complottista crede che il vaccino di Putin sia copiato


Mio cugino - che non posso nominare perché la Deontologia mi impone di proteggere le fonti - sostiene dopo aver letto un articolo della BBC del primo agosto, che Vladimir Putin avrebbe copiato il vaccino Sputnik V da uno dei team di ricerca occidentali, impegnati nello sviluppo di un vaccino anti-Covid basato su adenovirus, già nelle fasi più avanzate della sperimentazione (Phase II/III).

Il mio errore è stato quello di mostrare a mio cugino l’articolo che ho scritto per Open assieme a David Puente, dove analizzavamo lo stato confusionale dei NoVax all’indomani dell’annuncio del vaccino Russo, facendo presente anche tutte le ombre attorno alla faccenda. 


Il 16 luglio 2020 il National Cyber ​​Security Center (NCSC) del Regno Unito annunciava in un report che degli hacker collegati ai Servizi segreti russi avrebbero preso di mira le aziende impegnate nella sperimentazione dei vaccini contro il nuovo Coronavirus. Sono diverse le Agenzie di sicurezza che concordano, tra queste anche la National security agency (NSA), ovvero i Servizi segreti “informatici” degli Stati Uniti.


Al momento sappiamo che questi attacchi non hanno intaccato la nostra Ricerca. Non è dimostrato che i Russi abbiano carpito dati, ma non viene nemmeno escluso.


«Il National Cyber ​​Security Center (NCSC) del Regno Unito ha affermato che gli hacker "quasi certamente" operavano come "parte dei servizi di intelligence russi" - spiega la BBC - Non specificava quali organizzazioni fossero state prese di mira o se fossero state rubate informazioni. Ma ha detto che la ricerca sui vaccini non è stata ostacolata dagli hacker».


Mio cugino ha così collegato i fili: attacchi informatici ad aziende produttrici di un vaccino anti-Covid che avrebbero permesso di carpire informazioni, senza ostacolarne l’attività di ricerca, precedono l’annuncio di Putin riguardo a un vaccino, frutto della collaborazione del Ministero della sanità col Gamaleya Institute. Nonostante il cosiddetto Sputnik V avesse superato solo la prima fase di sperimentazione, che coinvolge qualche decina di persone (76 in tutto in questo caso), viene presentato comunque come sicuro ed efficace, tanto che il Premier russo lo avrebbe somministrato a una delle sue figlie.


Quando trapelò l’accusa di attacchi hacker il portavoce di Putin, Dmitry Peskov, negò ogni accusa. Io non posso far altro che credergli, così come voglio credere che il Presidente russo abbia somministrato un vaccino sperimentato su appena 76 volontari al Sangue del suo sangue. Probabilmente non lo ha fatto su se stesso perché sarebbe stato irresponsabile privare la Russia del suo leader massimo. Insomma, è la parola di Putin contro quella di mio cugino, non c'è sfida.


In assenza di prove non mi resta che cazziare mio cugino, perché lo spionaggio non può essere dimostrato per definizione, salvo rarissimi casi. Del resto sarebbe molto arrogante da parte nostra pensare che una potenza mondiale come la Russia non sia in grado di sperimentare il suo vaccino autonomamente, al netto dello spionaggio scientifico e industriale, che fanno tutti i Paesi. 


Anche noi (tutti i Paesi che non avvelenano col polonio i personaggi scomodi) potremmo esserci copiati a vicenda. Il problema è quando si usano logiche di mercato - o di geopolitica - per un vaccino così importante. Non è come uno smartphone o una missione spaziale. Le fasi della sperimentazione non si possono saltare. Vedremo prossimamente se Mosca fa sul serio, o se si è trattato solo di una operazione di propaganda, di cui per altro abbiamo avuto già altri indizi durante la pandemia, anche da parte del Governo cinese. 


«Attori stranieri e alcuni paesi terzi - spiega un documento della Commissione europea - in particolare Russia e Cina, si sono impegnati in operazioni di influenza mirate e campagne di disinformazione intorno alla COVID-19 nell'UE, nel suo vicinato e nel mondo, cercando di minare il dibattito democratico, esacerbare la polarizzazione sociale e migliorare la loro propria immagine nel contesto COVID-19»


«Comprendere la ricerca sui vaccini e altri dettagli sulla pandemia - continua la BBC - è diventato un obiettivo principale per le agenzie di intelligence di tutto il mondo e molti altri comprese le spie occidentali, probabilmente saranno attivi in questo spazio».


Mi auguro quindi - per i russi - che Putin il vaccino lo abbia copiato davvero… soprattutto che lo abbia copiato bene.



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ATTENZIONE: il post che avete letto contiene alte dosi di ironia. Questo è un blog personale dove mi esprimo attraverso termini e modi che non mi sognerei mai di utilizzare nel lavoro, neanche sotto psicofarmaci. Se siete stronzi per qualche motivo desistete dalla lettura, tanto non ci capireste un cazzo.

A proposito, sapevate che su Telegram potete seguire le rassegne quotidiane dei miei articoli per Open, e altre collaborazioni? Ecco, adesso lo sapete.

venerdì 7 agosto 2020

Cosa ho capito dalla lettura dei verbali del Comitato tecnico scientifico


È passata un'eternità dall'ultima volta che ho avuto il tempo di aggiornare questo blog. Per altro continuo a pagare le spese annuali del dominio. Considerato il fatto che sono in esilio da YouTube per diverse ragioni (potete approfondire nell'ultimo video del Canale), mi tocca tornare a scrivere anche qui con una certa regolarità

Così almeno continuo a pubblicizzare i miei profili Twitter, Telegram e Instagram. A proposito, sapevate che su Telegram potete seguire le rassegne quotidiane dei miei articoli per Open, e altre collaborazioni? Ecco, adesso lo sapete.

ATTENZIONE: il post che state per leggere contiene alte dosi di ironia. Questo è un blog personale dove mi esprimo attraverso termini e modi che non mi sognerei mai di utilizzare nel lavoro, neanche sotto psicofarmaci. Se siete stronzi per qualche motivo desistete dalla lettura, tanto non ci capireste un cazzo.

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Dunque, ho lavorato a un pezzo scritto assieme a David Puente e Marco Assab sui documenti richiesti al Governo dalla Fondazione Luigi Einaudi: quelli del Comitato tecnico scientifico sull'emergenza Covid-19. È essenziale che leggiate l'articolo prima di proseguire questa lettura.

Per qualche ragione (ipotizzo dovuta a prassi politica, ma non sono un esperto) i verbali delle riunioni del Comitato non erano stati resi accessibili a tutti (alcuni sono classificati come "riservati"), e c'è voluta la caparbia della Fondazione Einaudi, unita a una sentenza del TAR, per ottenere la loro pubblicazione.

Così la mattina stessa, sentendomi un piccolo Assange, trasferisco in un pennino i Pdf (oltre 100 pagine) coi verbali e vari report dell'ISS e dell'INAIL. Passo i file al cartolaio, accertandomi che nessuno ci stesse osservando. Probabilmente quella cartoleria doveva essere una copertura dei Servizi. Come l'ho scoperto? Beh, al rientro mi sono accorto che avevano rilegato i fogli al contrario.

Così finalmente a casa, leggo la documentazione da destra verso sinistra, come un manga, cosa che ha reso la lettura più intrigante. Arrivo quindi al verbale del 7 marzo 2020, relativo a una riunione svoltasi nella sede della Protezione civile. 

Tutti leggono subito la seconda pagina trascurando la prima [cosa che ho fatto anch'io, ma solo perché avevo la versione manga... E se fosse un complotto che coinvolge tutti i cartolai? Insomma, è plausibile... scusate, sto divagando come al solito]. Insomma, il Comitato non avrebbe proposto un lockdown, ma il Governo decise comunque per una chiusura totale nell'intero territorio italiano. 

Questo lo si legge nella seconda pagina. Nella prima gli esperti elencano delle premesse alla base della loro proposta. Faccio notare un passaggio in particolare: 

«Tenuto conto che quanto più le misure di contenimento sono stringenti tanto più ci si attende una maggiore efficacia nella prevenzione della diffusione del contagio».

Quindi se da un lato Conte non era succube dei tecnici - come sostenuto da alcuni critici - dall'altro non possiamo dire nemmeno che non li abbia ascoltati. Il Comitato proponeva due livelli di contenimento, uno più alto per le zone maggiormente colpite (accorpando rosse e gialle) e uno di base per tutto il Paese.

Ora va considerata una cosa fondamentale: non sono stati resi pubblici tutti i documenti. La Fondazione Einaudi lamenta la presenza di altri verbali e report di cui non era ancora nota l'esistenza. Il problema non è solo capire se avremo modo di analizzare anche quelli. In mancanza di una visione di insieme priva di buchi, non possiamo dare una interpretazione definitiva alle decisioni del Governo.

È fondamentale che le ragioni di Salute pubblica prevalgano su quelle economiche in questi casi. Questo però dovrebbe valere nell'ottica di non compromettere la Sanità. Con un lockdown questo non dovrebbe succedere. Quali sarebbero le ragioni economiche allora? È inutile che aspettate una mia risposta: lo sto chiedendo io a voi. Boh... forse era un problema politico più che economico: non si volevano isolare le regioni più virtuose come la Lombardia? Inasprendo le antipatie tra Nord e Sud.

Sono tutti ragionamenti che non hanno senso in mancanza di un quadro completo. La verità è che in tutte le redazioni si è cercato di capire la ragione della riservatezza di tali verbali. E se cerchi qualcosa a tutti i costi, prima o poi la trovi. Ma la lungaggine della burocrazia italica quasi mai ha avuto bisogno di affari loschi per essere spiegata. 

Quel che ho trovato veramente interessante in questi documenti è che - dati alla mano - secondo l'ISS le misure di contenimento nel loro insieme hanno dimostrato di essere efficaci. Mi ha colpito anche un punto in cui si sosteneva che su un tipo di ventilatore rinunciavano a esprimersi, perché le istruzioni erano tutte in cinese (Sic!). 

Ma ve lo trovo io uno che vi fa la traduzione, è un amico cinese dall'accento brianzolo, nato in Cina e cresciuto in Italia; fa il barista a Limbiate, ma non gli serve essere esperto di dispositivi medici per leggere delle istruzioni. 

Ah, la burocrazia!

Dove mi trovi:

venerdì 13 marzo 2020

Coronavirus. No, nessuno sceglie chi salvare in terapia intensiva


Ascoltavo con piacere l’ultimo podcast del filosofo Rick DuFer, il quale ha avuto lo stomaco di leggere un articolo de Il Giornale, dove diversi “intellettuali” sono stati chiamati a rispondere a un presunto dilemma morale: che criterio dovrebbe usare un medico per scegliere chi salvare in terapia intensiva?

Qui trovate il podcast di Rick, dove “blasta” senza pietà i “luminari” che hanno accettato di rispondere. Ma essendo insulsa la domanda, le loro analisi non sono da meno. L’unico che si salva è Maurizio Ferraris, che dichiarandosi “ignavo” si defila da questo "genocidio neurale". 

Perché ha fatto bene il filosofo del new realism a non rispondere? Per ragioni che in parte spiegavo già su Open, dove facevo notare che i medici non scelgono proprio un “mazzo”.

Il triage in medicina serve a non decidere chi può vivere


Come tutti i problemi sistemici, li si affronta prendendo atto della realtà e del fatto che metodi alternativi farebbero danni peggiori. Parliamo di un processo che serve a determinare la somministrazione dei trattamenti, in base alla probabilità di sopravvivenza dei pazienti, e della disponibilità di mezzi e personale specializzato.

Non si tratta di "scegliere chi vive e chi muore", come si è detto in certe testate, e ci mancherebbe! Purtroppo ci pensa già la Natura (qualsiasi cosa significhi questa parola), a rendere un paziente con più o meno probabilità di sopravvivere. 

Abbiamo un posto di terapia intensiva e due pazienti: il primo deve essere operato per un tumore, che se trattato in tempo porta a guarigione nel 90% dei casi; il secondo ha complicazioni, che a prescindere gli lasciano scarse probabilità di sopravvivenza. Cosa facciamo? L’unica soluzione è dedicarsi al primo paziente. 

Qualsiasi scelta, ovvero qualsiasi decisione diversa, che non implichi un aumento di mezzi e personale, significherebbe aumentare le probabilità di perdere entrambi i pazienti, aggravando ulteriormente la situazione. Se lo scopo è ridurre il conteggio dei morti, filosofare a caso su presunte decisioni utilitariste dei medici, non è una buona idea.

Non si tratta di preferire gli anziani ai giovani o i malati di Covid-19 ai pazienti oncologici. Chi mai ha detto una cosa del genere? forse i medici nazisti. Ovviamente il triage non mette gli operatori sanitari al riparo da turbamenti, questi sono più che comprensibili, però derivano dalla loro impotenza, di fronte a una situazione in cui non si può scegliere affatto.  

Pixabay | Clinical trial, icona.

Tra misure prescrittive e sistemiche

Chiedo scusa in anticipo se farò un uso piuttosto personale dei termini “prescrittivo” e “sistemico”. Non sono un accademico, non mi intendo del loro comune uso in letteratura, cerco solo di far comprendere meglio le assurdità di certi discorsi, sui medici che deciderebbero chi vive e chi muore.

La migliore delle decisioni sarebbe curare tutti, secondo la regola del «first come, first served». Tutti infatti hanno diritto a cure mediche. Per questo non avrebbe senso decidere chi curare su basi qualitative del paziente, o su ragionamenti utilitaristi. 

Curiamo prima il salutista vegano o il tabagista obeso? Sono tutte domande che dovrebbero farci riflettere sulla stupidità di chi le pone. Il triage deriva proprio dall’esigenza di lasciarci alle spalle ragionamenti "morali", basandosi non su atti prescrittivi (decido sulla realtà adattandola alle mie idee), bensì sull’agire in base sistemica (questa è la realtà, cosa posso fare e non fare per minimizzare i danni?). 

La differenza tra prescrittivo e sistemico la vediamo anche in altri ambiti: per esempio sul cambiamento climatico. Infatti non è un caso se anche su questo frangente non riusciamo a capirci. C’è chi pensa di risolvere tutto negando o minimizzando il problema, decidendo su cosa è economicamente e socialmente più utile nel breve tempo; altri prendono atto della situazione reale e del sistema complesso ch’è il clima, e il modo con cui produciamo e usiamo l’energia. 

OK, qui sto divagando...


Abbiamo un solo Pianeta: il primo paziente è l’insieme delle fonti rinnovabili, relativamente poco diffuse e con problemi ancora da risolvere, come quello delle batterie usate per ottimizzare il consumo di energia; il secondo è l’insieme delle fonti fossili, ampiamente utilizzate, reggono l’economia e il nostro benessere, ma inevitabilmente ci porteranno al disastro nel lungo periodo. Su quale dei due pazienti dovremmo operare? 

Credit foto di copertina: aitoff/PixabayStormtrooper, Lego, barella.

giovedì 12 marzo 2020

Coronavirus. Perché l’Oms parla di pandemia e cosa ci insegna l'emergenza sanitaria attuale, a nostre spese


Prossimamente forse riporterò in questo blog alcune foto di ciò che vedo quando mi capita di uscire per fare la spesa. Il clima è deprimente, vedo mamme accompagnare i bimbi con le mascherine addosso, la gente dal tabacchino aspetta il proprio turno davanti all'ingresso. Qualche bar ha la striscia bianca a un metro dal bancone, alcuni ancora no. Anche dalla mia edicolante preferita c'è la linea distanziatrice. L'ultima volta l'ho incontrata all'entrata della bottega, con indosso mascherina e guanti blu.

Qui a Limbiate nella ridente Brianza, queste scene si vedono da circa un paio di settimane, ovvero da quando solo la Lombardia e poche province limitrofe erano considerate "zona rossa". Non so dai miei a Cagliari, ora che siamo tutti "rossi", se si vedono cose del genere adesso.

Immaginate che quel che vedo io - quel che vedete anche voi - si estenda almeno ad altri otto paesi dove i casi confermati superano i mille. Ecco, secondo l'Oms quando una tabaccaia di Limbiate somiglia a una di Seul o di Wuhan, allora si può parlare di pandemia.

Le parole di Tedros Adhanom Ghebreyesus


Non è stato facile riconoscere la situazione pandemica. «Non è una parola da usare con leggerezza o noncuranza», spiega in una lettera ufficiale il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus. Il numero di casi confermati di Covid-19 nel Mondo è aumentato tredici volte, mentre quello dei Paesi colpiti è triplicato.

Ma è anche vero che questi oltre 118mila casi non sono distribuiti omogeneamente nei 114 paesi coinvolti. Più del 90% dei contagiati si trova in quattro Stati: Cina, Corea del Sud, Italia e Iran; senza contare che nei primi due paesi l’epidemia sta declinando in maniera significativa.

Così per l’Oms «descrivere la situazione come una pandemia non cambia la valutazione - continua  Ghebreyesus - sulla minaccia rappresentata da questo virus». Le preoccupazioni sono ancora tante, non era mai successo che l’Oms dovesse occuparsi di una pandemia scatenata da un coronavirus.

BBC News | Tedros Adhanom Ghebreyesus.

Perché adesso si può parlare ufficialmente di pandemia?


Come avevamo avuto già modo di approfondire consultando diversi esperti, si passa da epidemia a pandemia quando un aumento significativo dei casi non riguarda più un’unica area circoscritta, mentre si assiste invece a una stessa tendenza in diverse regioni del Mondo.

«Una pandemia influenzale - spiega l’Oms - si verifica quando un nuovo virus influenzale emerge e si diffonde in tutto il Mondo e la maggior parte delle persone non ha immunità. I virus che hanno causato pandemie in passato, in genere hanno origine da virus dell'influenza animale». 
«La pandemia si verifica nel momento in cui un virus riesce a stabilirsi e circolare in più di un continente», spiegava l’epidemiologo Pier Luigi Lopalco su Open

Altri paesi come il nostro, sono passati dal dover ricostruire il percorso del virus - risalendo a un “paziente zero” proveniente dalla Cina - a prendere atto che ormai SARS-CoV2 è diventato “di casa”. Non si tratta più di impedire il suo arrivo, ma di contenere i casi di contagio.

STAT | WHO declares the coronavirus outbreak a pandemic.

Infodemia, minimizzazione e falle nei controlli


Sono più di cento i paesi nel Mondo a dover far fronte all’emergenza sanitaria: otto hanno più di mille casi accertati; nei successivi dieci nella “classifica del contagio” sono stati superati i duecento casi. Diverse criticità hanno segnato l’avanzare dell’emergenza sanitaria.

Molti si sono concentrati inizialmente sui cittadini provenienti direttamente dalla Cina, trascurando i viaggiatori che facevano scalo in altri Stati. I limiti sono anche "fisiologici": non è di fatto possibile sottoporre a tampone tutta la popolazione, anche se diverse innovazioni emerse a tempo di record fanno ben sperare per future emergenze, di poter monitorare con più efficienza i casi di contagio. 

Infine, diversi siti Web dediti alla disinformazione, hanno diffuso la suggestiva ipotesi che il virus potesse essere stato ingegnerizzato in un laboratorio di Wuhan, trascurando il fatto che oggi è tristemente evidente la ragione per cui, un’arma biologica basata su un virus non può essere controllata, divenendo un vero e proprio boomerang. 

Johns Hopkins University | I casi confermati di Covid-19 nel Mondo la mattina del 12 marzo 2020.

Alcune lezioni di comunicazione del rischio


Altri hanno approfittato della situazione per sostenere cure miracolose a base di vitamina C, mentre presunti operatori sanitari hanno disseminato su WhatsApp messaggi volti a screditare l’affidabilità degli esperti, allontanando le persone dalle raccomandazioni dei canali ufficiali.

Le parole degli stessi esperti sono state spesso finite a uso e consumo dei media di massa, decontestualizzandole, in modo da creare una sorta di disputa tra “allarmisti” e “minimizzatori”, là dove era forse il caso di attenersi a una linea comunicativa comune. 

Una comunicazione confusa rende tali anche legislatori e governanti, che si trovano a dover decidere quali misure prendere e con che urgenza. Saper comunicare il rischio è una delle tante lezioni che Covid-19 ci sta dando, preziosa forse più dello smart working, o dell’imparare a stare con se stessi in casa, per qualche tempo.


domenica 4 agosto 2019

Breve viaggio nella sub-cultura Incel: cosa vuol dire vivere senza aver mai conosciuto l'amore



Incel è un termine che definisce i celibi involontari, ovvero che non riescono a trovare un partner per lunghi periodi di tempo. Buona parte di loro affermano di non essere mai stati con una donna, gratis.

Esistono diverse piattaforme in rete dove gli Incel si incontrano e rafforzano le loro convinzioni. Lo scopo di questi gruppi sembra infatti quello di piangersi addosso piuttosto che migliorarsi, in quanto spesso e volentieri la colpa della loro condizione sarebbe delle donne. 

Diversi colleghi che si sono occupati anche su YouTube degli Incel registrano una prevalenza di maschi - raramente si vedono “nubili involontarie” - con interventi che spesso sfociano nella misoginia. Suggerisco i video di Simone Santoro e Mr Marra su Cerbero podcast e quello di Neurodrome. Ritengo che abbiano saputo trattare meglio questa sub-cultura.

La realtà parallela dei celibi involontari

Si tratta di una sub-cultura che come quelle complottiste si reggono su tesi pseudo-scientifiche e su un background di frustrazioni personali: "vivo una situazione difficile, non riesco a migliorarmi per affrontarla e superarla, quindi mi costruisco un’altra realtà". 

In più di dieci anni di debunking ho visto di tutto: c’è chi arriva al punto di vivere in una realtà dove la Terra è piatta; chi non esce mai di casa e teme di essere intercettato dai poteri forti; chi non vaccina i propri figli… e poi ci sono gli Incel.

Questa definizione sale alla ribalta a seguito di circostanze molto gravi. Sono avvenuti veri e propri crimini, specialmente negli Stati Uniti. Il primo a usare il termine Incel è stato Henry Flynt nel 1975, quando descrisse la sua esperienza da celibe involontario ai tempi della giovinezza. 

Le prime a interessarsi del problema sono soprattutto le donne

Nel 1997 la studentessa Alana crea un sito Web con liste di "cuori solitari" volto ad aiutare ragazzi e ragazze nella condizione Incel a trovare l'anima gemella. Lo trovate ancora online in copia cache. La storia di questo progetto è piuttosto travagliata: inizialmente è un punto di riferimento di ragazzi e ragazze che non riescono ad avere relazioni amorose, ma pian piano cominciarono a emergere le prime negatività, il progetto migrò in altri lidi, fino a quando l’intero servizio morì nel 2013, ufficialmente per un «arresto anomalo del server».

Parallelamente nel 1998 nasceva in Germania il primo forum online dedicato agli Incel: il “Parsimonyforum 3708”. Nel 2001 viene pubblicato il primo studio scientifico vero e proprio sulla condizione incel, firmato dalle sociologhe Denise Donnelly e Elizabeth Burgess, pubblicato sul The Journal of Sex Research

Interessante il fatto che a studiare per prime il fenomeno, fin dalla fine degli anni ’90, siano state proprio delle donne. Abbiamo così la prima definizione di Incel, che dovrebbe interessare in molti secondo me:

«Un celibe involontario è qualcuno che desidera fare sesso, ma non è stato in grado di trovare un partner disponibile negli ultimi sei mesi».

Infatti la definizione è ancora piuttosto arbitraria. Non è sufficiente per rientrare in questa condizione. Le ricercatrici infatti aggiungono che:

«L’importante è se la persona si definisce o meno un celibe involontario».

Ed è questa forse la trappola: quella dell’auto-isolamento, del chiudersi in una comunità di altri che si sentono esclusi e rafforzano tra loro delle convinzioni, che contribuiscono ulteriormente alla loro condizione, ben lungi dal trovare delle vie d’uscita. Qualcuno una volta disse che la prigionia è uno stato mentale.

Nel 1987 il professor Brian Gilmartin, psicologo della Humboldt State University pubblicò diversi lavori in cui utilizza il termine «love shy» come sinonimo di “Incel”, ovvero la «timidezza dell’amore», sostenendo che dovesse essere considerata una condizione medica da prendere sul serio. 

Il problema è che in parte i suoi lavori erano conditi di tesi pseudoscientifiche, a volte con riferimenti zodiacali, ma in buona parte fornisce dei contributi importanti. Segue altra letteratura sul tema, in Germania si pubblicano anche delle tesi di laurea.

"Brutti" o timidi patologici? Come pensano gli Incel

Si studiano le personalità di coppia e dei single, si fanno confronti e comparazioni, anche coi “single volontari”. In Germania gli Incel preferiscono definirsi «principianti assoluti», connotandosi come «timidi» a livello eccessivo. Quindi possiamo già distinguere due tipi di Incel:

Quelli “alla tedesca” che riconoscono la propria timidezza e quelli “alla americana”, che si sentono invece discriminati in quanto “brutti” dall’altro sesso, e dalle convenzioni sociali che darebbero a ricchi e belli questa sorta di monopolio delle relazioni amorose.

Poi ci sono varie sotto-categorie: i “truecel” (mai stati con una donna); i “mentalcel” (impossibilitàti ad avere rapporti per via di problemi mentali); i “fachecel” (gente che per qualche ragione fingerebbe di essere Incel).

Il fenomeno è noto soprattutto nei forum online, non mi sembra che ci siano raduni incel o club privati dove queste persone si riuniscono, ma potrei non essere sufficientemente informato in merito. In rete assistiamo generalmente a comunità misogine che escludono le donne a prescindere, parliamo quindi di un fenomeno quasi interamente maschile.

Una delle tesi dominanti infatti è che la nostra sarebbe una società ginocentrica. Le donne insomma avrebbero il potere, avendo in mano la selezione dei partner sulla base della loro «idoneità genetica percepita».

Poi ci sono varie altre tesi pseudoscientifiche: sull’importanza di avere una mascella prominente, ci si valuta con punteggi da 0 a 10, là dove «sotto il 7 non è vita», eccetera.


Di amore (e mancato amore) si può morire

Il problema è che a furia di convincersi di queste cose, piangendosi addosso e ignorando cosa sia realmente la bellezza e la bruttezza poi c’è chi fa qualche gesto estremo, alcuni di questi vengono addirittura presi come esempio dagli altri, come fossero dei martiri della causa.

Ecco cosa scrive George Sodini nel luglio 2009 sul suo blog prima di uccidere in una palestra nei pressi di Pittsburgh 3 persone, ferendone 9, in quella che sarà ricordata come la sparatoria di Collier Township. Poco dopo Sodini si suicidò. 

«L'ultima volta che ho dormito tutta la notte con una ragazza era il 1982. Prova che sono un malfunzionamento totale. Le ragazze e le donne non mi danno nemmeno una seconda occhiata da nessuna parte. C'è qualcosa di blandamente sbagliato in me e nessuna dannata persona mi dirà mai di cosa si tratta».

Elliot Rodger era uno YouTuber. Prima di commettere la strage di Isla Vista in California, nel 2014, era noto per definirsi un Incel e per volersi vendicare di diversi uomini e donne sessualmente attivi che gli avrebbero fatto degli sgarri. Prima di suicidarsi uccise 6 persone, ferendone 4, nel campus di Santa Barbara dell’Università della California.

Wilkes McDermid era un noto critico gastronomico. Si tolse la vita nel 2015 gettandosi dalla terrazza panoramica di un ristorante di Coq d’Argent. Questo è quanto scrisse nel suo blog poco prima di togliersi la vita, a 39 anni, passati senza essere mai stato con una ragazza:

«Ho concluso che nel regno dei dati e delle relazioni le caratteristiche primarie richieste per gli uomini sono le seguenti: altezza: sopra 5 piedi e 10 pollici; razza: grande propensione per il caucasico e il nero; ricchezza: o altra manifestazione di potere. Dalle mie osservazioni e ricerche sembra che si abbia bisogno di due dei tre criteri per il successo ... Questo significa che per me il gioco è finito».

Prima di commettere il suo attentato col furgone a Toronto nel 2018 (10 morti e 15 feriti), Alek Minassian pubblcò su Facebook il seguente post (non lo traduco perché non ha lo stesso effetto in italiano): 

«The Incel Rebellion has already begun!... All hail the Supreme Gentleman Elliot Rodger!».

Oggi gli Incel non sono riconosciuti come persone malate

Non sappiamo ancora se può essere considerata una patologia mentale o un disturbo della personalità, ma io credo che forse dovremmo fare qualcosa, perché questo genere di problemi non lo risolvi con un video su YouTube dove spieghi i 10 trucchi per conquistare una donna, o dove tra il serio e il faceto li si sprona a darsi una mossa. 

Hanno evidentemente bisogno di aiuto, ed è difficile che lo cerchino se non esiste. Oggi non esistono sufficienti studi, anche se da quelli citati sono saltati fuori diversi particolari interessanti sugli Incel:

  • esperienze di vita insolite dal punto di vista sociale;
  • avrebbero maggiori probabilità di essere concepiti più tardi dai genitori;
  • spesso provengono da famiglie povere oppure sono disoccupati;
  • tendono a lavorare solo con altri maschi, isolandosi dalle donne;
  • fanno scelte di vita che gli permettono una scarsa frequentazione delle donne.

Sitografia

mercoledì 17 ottobre 2018

Hitler riuscì a fuggire in America Latina? Le ragioni storiche e scientifiche per cui NON dobbiamo crederci

Quanto segue è un articolo redatto dallo storico Antonio Coppola.



Parlare di Hitler fa fare sempre tante visualizzazioni e sostenere teorie stravaganti a proposito dei suoi ultimi giorni, per quanto possa essere divertente dal punto di vista creativo, sul piano storico, nella maggior parte dei casi, si traduce in bufale colossali sostenute da “giornalisti” che si arrampicano sugli specchi come se non ci fosse un domani, ma andiamo con ordine. Una delle teorie più amate sul destino di Hitler, vorrebbe che questi, poco prima della caduta di Berlino e della fine della guerra, sia riuscito a fuggire lontano dalla città e raggiungere la Danimarca, attraversando mezza Germania riuscendo in qualche modo a passare inosservato agli occhi dei numerosi soldati alleati che assediavano la regione e una volta arrivato in Danimarca, da qui sarebbe salito su di un aereo, avrebbe volato sui cieli di mezza Europa, sfuggendo ancora una volta agli alleati e - una volta atterrato a Barcellona - si sarebbe imbarcato su un sottomarino che lo avrebbe condotto in America Latina. È una teoria sicuramente molto affascinante e avvincente, ma ricca di criticità e quasi completamente priva di prove a supporto. L'unica prova apparentemente reale a supporto di questa tesi sarebbe nelle mani del giornalista investigativo Gerrard Williams il quale venuto in possesso di alcuni rapporti e verbali di un processo al pilota tedesco Peter Baumgart avrebbe dichiarato:

"Abbiamo i rapporti di Peter Baumgart, che venne arrestato ma, durante il processo, disse di aver portato Hitler, Eva Braun e alcune altre persone a Tønder in Danimarca, per poi vederli salire su un altro aereo e volare a Reus, appena fuori Barcellona".  
"Il generale Franco aveva ottimi rapporti con Hitler e così fornì un aereo dell’Aeronautica spagnola che lo portò a Fuerteventura. Lì Hitler e la moglie salirono a bordo di un convoglio di tre sottomarini. Quando arrivarono sulla costa dell’Argentina passarono la notte in un ranch chiamato Moromar, per poi recarsi a San Carlos de Bariloche in una proprietà dell’ambasciatore nazista in Cile".

Per Williams queste parole sono una prova più che eloquente della veridicità della teoria, Hitler è, senza alcuna ombra di dubbio, fuggito in America Latina. Purtroppo per Williams la sua ossessione per la ricerca di Hitler, sulle cui tracce ha trascorso gran parte della sua vita da giornalista, come abbiamo già detto questa teoria presenta molteplici criticità. La testimonianza del pilota, per quanto avvincente e interessante, conta ben poco, soprattutto se a smentire questa teoria ci sono prove reali, frutto dell'analisi forense, ma andiamo con ordine e vediamo quali sono le criticità della teoria di Williams e della testimonianza di Baumgart.

Baumgart sapeva di trasportare Eva Braun e Adolf Hitler

Se è vero che Hitler ed Eva Braun sono fuggiti nella più totale segretezza, allora, il compito di accompagnare i due volti più noti del Reich in Danimarca sarebbe stato affidato ad un uomo di estrema fiducia per il Reich, qualcuno di cui il Fuhrer stesso, probabilmente per intercessione di qualcuno dei suoi fedelissimi, potesse fidarsi ciecamente, al punto di affidare a questo singolo uomo la propria sopravvivenza. Il pilota incaricato per una simile missione molto probabilmente sarebbe stato un uomo leale al Reich oltre ogni limite e soprattutto, un uomo devoto ad Hitler, un uomo che non avrebbe mai tradito il segreto del suo Fuhrer, e che molto probabilmente sarebbe morto pur di mantenere il segreto. A questo punto, possiamo ipotizzare che, la ricostruzione più realistica in merito alla fuga di Hitler, veda una fuga totalmente anonima, con un Hitler in incognito, camuffato in qualche modo, e scortato da un fedelissimo del Reich pronto ad eseguire gli ordini ed eventualmente a morire, senza fare troppe domande, senza chiedersi o chiedere chi fossero le persone che stava accompagnando e, in ogni caso, una volta giunti a destinazione, molto probabilmente questo qualcuno sarebbe stato assassinato dallo stesso Hitler, così da non correre alcun rischio per la propria sicurezza, del resto è difficile immaginare che, un uomo il quale ha simulato la propria morte per sfuggire agli alleati, lasci dietro di se una lunga scia di testimoni in grado di smentire la propria morte. Insomma, anche se non morto realmente e se fosse reale la teoria della fuga, allora il nome di Hitler sarebbe comunque morto in quel bunker e non avrebbe lasciato Berlino o la Germania, esattamente come avevano fatto tutti i gerarchi nazisti fuggiti dai territori del Reich negli ultimi mesi di guerra.

Passare inosservati nei cieli di mezza Europa

La seconda incongruenza in questa teoria riguarda la fuga vera e propria, Hitler sarebbe fuggito da Berlino dirigendosi prima in Danimarca e poi a Barcellona, riuscendo a superare inosservato gli uomini dell'Armata Rossa che si avvicinavano a Berlino, riuscendo a percorrere più di 300 chilometri che separano Berlino da Tonder, volando in un territorio controllato dagli alleati. Se le cose sono davvero andate in questo modo, c'è solo una spiegazione possibile, Hitler era il figlio illegittimo di Houdini e di Arsenio Lupin III, un vero e proprio maestro del travestimento e dell'illusionismo che, nonostante fosse probabilmente l'uomo più iconico e con il volto più noto della propria epoca e nonostante in quel momento fosse l'uomo più ricercato del pianeta, riuscì a passare inosservato, sgattaiolando sotto gli occhi del nemico, fuori da Berlino e lì sarebbe riuscito a salire su un aereo che lo avrebbe condotto a Tonder, senza essere abbattuto dalle forze aeree alleate. Non credo sia necessario spiegarlo ma, per non correre rischi lo spiegherò ugualmente. Quasi nessuno dei nazisti fuggiti sul finire della guerra, si trovava in Germania al momento della fuga e nessuno dei pochi che si trovavano in Germania si trovava a Berlino, questo perché la capitale era assediata, stretta dal fuoco incrociato delle forze angloamericane e dell'armata rossa. Fuggire da Berlino era umanamente impossibile, chiunque provasse a lasciare la città durante la stretta finale veniva identificato e messo agli arresti a meno di rarissime eccezioni, e questo significa che un uomo come Hitler, con l'aspetto di Hitler, anche se camuffato e modificato in qualche modo, non sarebbe mai riuscito ad allontanarsi inosservato, dalla città di Berlino.

La testimonianza di Baumgart è davvero attendibile?

Senza considerare le mille incongruenze emerse fino a questo punto, dobbiamo chiederci, la testimonianza di Baumgart, durante il processo, è valida? Conoscendo il destino a cui andava in contro in qualità di soldato del Reich, possiamo davvero credere che Baumgart abbia detto la verità? Oppure ha semplicemente cercato una via di uscita, che gli permettesse di sopravvivere, fornendo informazioni per la cattura di un pesce decisamente più grosso di lui? Oppure possiamo supporre che Baumgart si sia inventato tutto, basandosi magari su alcuni eventi reali, pur di avere un qualche sconto di pena? In un discorso storico e investigativo, bisogna tenere sotto mano entrambe le ipotesi, non possiamo fidarci ciecamente delle parole di una persona che rischiava la pena capitale, se poi consideriamo la delicatezza della missione di condurre Hitler fuori da Berlino e, come dicevamo sopra, questa missione sarebbe stata affidata ad un fedelissimo, un uomo pronto a morire per il proprio Fuhrer, ecco che la veridicità di queste parole viene fortemente messa in discussione e affinché sia valida dovrebbero esserci delle prove concrete, o altre testimonianze in grado di confermare o smentire questa teoria, e se da una parte non abbiamo altre testimonianze favorevoli, dall’altra abbiamo qualcosa di meglio.

Abbiamo le prove della morte di Hitler nel bunker



Quelle elencate sono solo alcune delle criticità della teoria, in realtà ne esistono molte altre, ma che non starò qui ad elencare e in realtà avrei potuto glissare su tutte le precedenti criticità, soffermandomi su quest'ultimo punto, le prove della morte di Hitler nel bunker di Berlino. Non molto tempo fa ho pubblicato un articolo, che vi invito a recuperare, in cui presentavo i risultati di uno studio clinico condotto da una equipe di antropologi forensi, su alcuni frammenti ossei classificati e dimenticati, appartenuti ad un corpo senza nome, ritrovato nel bunker di Berlino. I risultati dello studio sono stati pubblicati sul "European Journal of Internal Medicine" attraverso un articolo molto interessante dal punto di vista storico, intitolato "The remains of Adolf Hitler: A biomedical analysis and definitive identification", per chi non conoscesse l'inglese "I resti di Adolf Hitler: analisi biomedica e identificazione definitiva". Per chi volesse approfondire la questione può recuperare il mio precedente articolo, qui mi limiterò ad esporre i risultati dello studio. Tra i frammenti ossei ritrovati c’è quello del cranio lesionato che presenta un’uscita peri mortem, compatibile con un foro di proiettile, all’altezza dell’osso parietale sinistro. Per l'equipe di esperti forensi che ha analizzato le ossa, molto probabilmente il proiettile che ha causato quel foro è stato letale, insomma, il proprietario di quelle ossa è morto per un colpo di pistola alla testa. La posizione del foro di proiettile coincide con le informazioni a noi note sulla morte di Hitler, il cui decesso, secondo le fonti ufficiali, è stata causata proprio da un colpo di proiettile alla tempia sinistra. Come spiego nell'altro articolo non sappiamo se sia stato un suicidio o meno, perché l'angolazione del proiettile non sembra totalmente compatibile con l'ipotesi di suicidio. Tra i frammenti ossei ritrovati ed analizzati dall'equipe forense vi sono anche alcuni frammenti della mascella, i quali - sulla base delle radiografie dentarie di Hitler - pervenuteci attraverso la sua scheda clinica, sembrano essere compatibili ben oltre il 90%. Una simile compatibilità nella dentatura e nelle protesi dentarie presenti è strabiliante. Pur non escludendo l'ipotesi di una coincidenza, gli esperti forensi sono abbastanza convinti del fatto che quei denti, che quella mascella e quelle ossa appartenessero a Hitler. Del resto, nel 1945 l'identificazione dei cadaveri attraverso l'impronta dentale non era la prassi, anche perché all'epoca non vi era alcuna teoria di odontoiatria forense, questa scienza è molto recente, basti considerare che, solo a partire dagli anni 90 ha iniziato a diffondersi come elemento di prova nei tribunali statunitensi, i quali sono stati i primi a riconoscerne l'unicità e la validità come prova al pari del DNA e delle impronte digitali.

Insomma, Hitler è davvero fuggito in Argentina?

Se bene ci siano molte teorie in merito, queste risultano totalmente speculative e prive di alcun tipo di documentazione valida e verificabile, prive di prove concrete, la cui assenza è spesso giustificata da un qualche complotto, e il più delle volte, si appoggiano a documentazioni parziali, testimonianze inconcludenti e indagini svolte nei primi anni 50 da agenti statunitensi che non credevano alla versione ufficiale fornita dall'Unione sovietica. Tuttavia, le prove antropologiche, gli studi clinici e forensi, sembrano dimostrarci, ormai oltre ogni ragionevole dubbio, che Hitler sia effettivamente morto in quel Bunker berlinese nell'aprile del 1945, e viste le prove in nostro possesso, forse dovremmo interrogarci di più sul come è morto effettivamente Hitler: si è suicidato o è stato assassinato? Se si tratta di assassinio, chi è stato ad esplodere il proiettile che lo avrebbe ucciso salvandolo dall'umiliazione dell'arresto e dei processi di Norimberga? Di sicuro queste domande non troveranno risposta finché continueremo ad inseguire fantasmi e teorie stravaganti.