giovedì 4 novembre 2021

Una Whistleblower di Pfizer getta ombre sulla sperimentazione di terza fase ma il vaccino ne esce intatto

Perché il Pfizergate non compromette efficacia e sicurezza del vaccino

La direttrice regionale della Ventavia Research Group Brook Jackson è stata licenziata a seguito di una e-Mail da lei inviata il 25 settembre 2020 alla FDA, dove denunciava diverse irregolarità avvenute quando l’Azienda era stata coinvolta nella sperimentazione di fase 3 del vaccino contro il nuovo Coronavirus di Pfizer, in tre siti di ricerca del Texas.


Il giornalista investigativo Paul D. Tacker ha raccontato la vicenda sul British Medical Journal (BMJ), dopo che Jackson aveva inviato alla rivista scientifica dozzine di documenti interni, dove si evince da parte di Ventavia l’impiego di vaccinatori poco qualificati, falsificazione di dati, falle nel sistema del doppio cieco e rallentamenti nel riportare gli eventi avversi riscontrati.


Come vedremo, questo genere di irregolarità, per quanto gravi, avrebbero potuto falsare i dati, facendo risultare il vaccino meno efficace. Non parliamo dunque di falle capaci di gonfiare i dati in favore di Pfizer.


Una falla nei sistemi di controllo


Queste criticità possono essere estese all’intera sperimentazione? Molto improbabile. Parliamo di tre siti controllati dalla sola Ventavia, mentre l’intero progetto di ricerca ha coinvolto numerosi altre aziende e Università, coprendo 153 siti. Nell’autunno 2020 il CEO di Pfizer Albert Bourla aveva spiegato in una lettera aperta, che la sperimentazione sarebbe andata «alla velocità della scienza», in risposta alle richieste riguardo ai tempi di introduzione del vaccino.


Jackson riferisce alla FDA che Ventavia si occupava di circa mille partecipanti. Teniamo conto che l’intero trial ha coinvolto 44mila volontari. C’è da chiedersi se Pfizer avesse svolto accertamenti presso i gruppi di ricerca coinvolti. Sappiamo che solo oggi la casa farmaceutica ha eseguito una ispezione. Fino all’11 dicembre 2020, data dell’approvazione del vaccino da parte della FDA, non risulta che la casa farmaceutica fosse al corrente dei problemi di Ventavia.


Cosa forse più preoccupante è il fatto che l’FDA ad agosto di quest’anno avrebbe ispezionato nove dei 153 siti coinvolti, per tanto è da considerarsi un campione significativo. tra questi non ci sarebbero quelli di Ventavia. Tuttavia l’Agenzia americana dovrebbe sempre aggiungere ai siti da ispezionare anche quelli segnalati, se li ritiene credibili. Possiamo solo congetturare che l’Agenzia, sentendosi sotto pressione durante l’amministrazione di Donald Trump, abbia lasciato correre. Le vere ragioni probabilmente non le sapremo mai. Resta il fatto innegabile, che questa presunta mancanza – per quanto non possa pregiudicare i risultati della sperimentazione – è una grave mancanza nei sistemi di vigilanza.


Perché le presunte criticità non pregiudicano il vaccino?


Da prima Jackson aveva tentato di segnalare diverse mancanze alla sua Azienda. Solo in un secondo momento, non ottenendo alcun risultato, si era rivolta alla FDA. Dopo il licenziamento si è infine rivolta a Tacker, inviando tutta la documentazione che era riuscita a raccogliere alla redazione del BMJ.


Anche volendo credere che Ventavia avesse commesso delle irregolarità apposta per falsare i dati, queste avrebbero al massimo peggiorato i risultati sul vaccino a danno di Pfizer, ch’è di fatto vittima di questo caso eccezionale. Jackson mostra immagini di aghi gettati in maniera non adeguata, campioni etichettati scorrettamente e scarsa vigilanza clinica sui volontari; tutte cose che possono andare a discapito dei partecipanti, per quanto la sicurezza del vaccino fosse stata già accertata nelle fasi sperimentali precedenti.


È vero che Jackson fornisce anche prove del fatto che i numeri identificativi dei volontari fossero lasciati in bella vista. Tuttavia l’identificazione di chi avesse preso il placebo o il farmaco vero (vanificando il doppio cieco) non è immediata. Occorrerebbe dimostrare che qualcuno avesse intenzionalmente avuto accesso ai database, con l’intenzione di vedere chi avesse preso il vaccino e chi no.


Quanto emerso non è di poco conto, tuttavia per come sono state presentate le fonti, le irregolarità in sé non possono aver gonfiato i dati sull’efficacia, al contrario li avrebbero potenzialmente peggiorati. Questi effetti ad ogni modo sono circoscritti in un numero di siti e volontari irrilevante rispetto alle dimensioni del trial in generale. Non siamo i soli a notarlo. Il professor Enrico Bucci come Jackson è un esperto nella revisione degli studi biomedici. In una recente analisi su Il Foglio lo Scienziato elenca le criticità segnalate dalla collega, arrivando per primo alle nostre stesse conclusioni.


Foto di copertina: x3 | Immagine di repertorio.


mercoledì 20 ottobre 2021

Come scrivere una teoria di complotto di successo


Bisogna riuscire a far breccia nel cuore del lettore di riferimento: ansioso, si percepisce impotente, parte di un gruppo discriminato; non crede che esista il caso e dietro ogni problema vede una intenzione malevola da parte di nemici stereotipati

Secondo una revisione pubblicata da aps nel 2017, firmata dagli psicologi dell’Università del Kent, Karen M. Douglas, Robbie M. Sutton e Aleksandra Cichocka, le credenze nelle teorie di complotto sembrano guidate da tre bisogni (gli autori usano il termine “motives”), che queste narrazioni non riescono comunque ad appagare: epistemici, esistenziali e sociali. Potremmo dire quindi, che l’autore complottista di successo deve suscitare interesse nelle persone con carenze, rispettivamente dal punto di vista della comprensione, del controllo e dell’immagine del proprio ambiente di appartenenza. 


Le minacce percepite al proprio ambiente potrebbero essere dovute a un meccanismo evolutosi in noi, detto complottismo adattivo, come descritto nella revisione di Jan-Willem van Prooijen e Mark van Vugt di cui ho trattato nell’articolo precedente, altrimenti inteso come sotto-prodotto delle euristiche. Il mind-set complottista, che ci appariva come una sorta di corto-circuito dovuto alla necessità della nostra mente di riconoscere minacce reali - preferendo i falsi positivi ai negativi - si conformerebbe quindi a prescindere dalla soddisfazione dei tre bisogni che andremo a descrivere, analogamente a quanto succede nel meccanismo della assuefazione nelle tossico-dipendenze o nel plagio degli adepti nelle sette religiose.


I numeri proposti dai ricercatori del Kent sembrano rispecchiare un’origine immediatamente spiegabile dalle euristiche, ma questi sono basati su sondaggi demoscopici. «Oltre un terzo degli americani crede che il riscaldamento globale sia una bufala (Swift, 2013) - continuano gli autori - e oltre la metà crede che Lee Harvey Oswald non abbia agito da solo nell'assassinio di John F. Kennedy (Jensen, 2013). Questi sono esempi di teorie del complotto, spiegazioni di eventi importanti che coinvolgono trame segrete da parte di gruppi potenti e malevoli (ad esempio, Goertzel, 1994)». 


Per spiegare i tre bisogni epistemico, esistenziale e sociale, gli autori si rifanno alla tassonomia derivata dalla system-justification theory, descritta da Jost, Ledgerwood e Hardin nel 2008. Questa descriverebbe efficacemente le ragioni che portano alla credenza nelle teorie di complotto. Per quanto gli studi in merito siano ancora scarsi, i dati disponibili non confermano né smentiscono la capacità di queste narrazioni di soddisfare i bisogni che le giustificano. 


Bisogni epistemici


La ricerca di causalità comporta, secondo i ricercatori: attenuazione della curiosità in assenza di spiegazioni immediatamente accessibili; riduzione dell'incertezza e dello sconcerto di fronte a informazioni conflittuali tra loro (dissonanza cognitiva); ricerca di un significato nelle correlazioni (diverse euristiche funzionano così); radicalizzazione delle proprie convinzioni di fronte alle smentite. Possiamo quindi assumere che i bisogni epistemici possono acuire la probabilità di incorrere nell’effetto Dunning-Kruger; nella dissonanza cognitiva; nell’euristica della disponibilità e conseguentemente nell’errore della correlazione illusoria, descritta da Hamilton e Guifford nel 1976. 


Per ottenere successo l’autore complottista deve quindi postulare azioni occulte mediate da un complesso coordinamento tra numerosi attori. La teoria di complotto deve quindi essere chiusa alla confutazione, implicando che qualsiasi dato non conforme sia stato costruito. Secondo un lavoro di Lewandowsky et al. del 2015, chiunque cerchi di sfatare le teorie di complotto viene percepito egli stesso come parte della cospirazione. Così decade quel che generalmente prevale nell’opinione pubblica e ch’è parte integrante del metodo scientifico: una tesi deve essere empiricamente garantita, elegante e falsificabile; al contrario le tesi di complotto tendono a essere speculative, ineleganti e chiuse alla confutazione. Ciò che conta per una tesi di complotto di successo è la coerenza interna della narrazione, quanto la capacità di sedare il senso di incertezza e contraddizione di fronte al mondo esterno.


«In linea con questa analisi, la ricerca suggerisce che la credenza nelle teorie della cospirazione è più forte quando la motivazione a trovare modelli nell'ambiente è aumentata sperimentalmente - continuano gli autori - È anche più forte tra le persone che cercano abitualmente significato e modelli nell'ambiente, compresi i credenti nei fenomeni paranormali […] Sembra anche essere più forte quando gli eventi sono particolarmente grandi o significativi e lasciano le persone insoddisfatte di spiegazioni banali e su piccola scala».


In generale l’assenza di spiegazioni ufficiali chiare (vedasi la cattiva comunicazione durante la Pandemia) e l’angoscia nell’incertezza, rendono la chiusura cognitiva - che porta e alimenta la credenza in teorie alternative alle «versioni ufficiali» - praticamente una necessità. Questo vale anche per chi deve imbastire questo genere di narrazione. Coerentemente col lavoro di van Prooijen e Vugt, i ricercatori notano che alcuni motivi epistemici vengono così soddisfatti a discapito di altri. Queste tesi hanno la coperta corta: sacrificano l’accuratezza in nome di una illusoria certezza. 


Tutto questo non è immediatamente evidente nel fruitore bersaglio di queste narrazioni, incapace o demotivato all’uso del pensiero critico e razionale. «La convinzione della cospirazione è correlata a livelli più bassi di pensiero analitico […] e livelli più bassi di istruzione», spiegano gli autori. A questo si può aggiungere una scarsa capacità di vedere le cose entro le normali statistiche. Si sopravvalutano le probabilità che eventi correlati siano associati causalmente e si vedono intenzionalità là dove non sono necessariamente implicite, sempre in linea col lavoro dei colleghi olandesi.


Bisogni esistenziali


Fornendo spiegazioni causali chiare di eventi o associazioni del tutto casuali o la cui spiegazione è incerta, le teorie di complotto danno una illusione di controllo, che riduce l’angoscia e il senso di impotenza, permettendo l’agire autonomo o nel contesto di un collettivo. Tutto ciò che riporta all’angoscia è percepito come minaccia. Quel che potrebbe spiegare la tendenza a radicalizzarsi e negare ogni confutazione è anche l’appagamento del bisogno di porsi al riparo da eventuali truffatori. La compensazione di queste carenze esistenziali è data dalla convinzione di possedere un sapere alternativo rispetto a quello rappresentato dalle narrazioni ufficiali. 


Questo è quanto emergerebbe dagli studi revisionati dai ricercatori. Secondo quanto emerso da diversi esperimenti, sembrerebbe che restituire un senso di controllo e serenità ai soggetti che credono nelle teorie di complotto, comporterebbe conseguentemente una riduzione di tali credenze. Viceversa, gli atteggiamenti che ricordano a queste persone la loro impotenza non farebbero altro che peggiorare il loro mind-set. Un po’ come quando l’esperto di turno blasta i complottisti che si esprimono nel Web.


La tragedia insita nel cadere in questo vortice sta nel fatto che la credenza in questo genere di narrazioni non fa altro che cristallizzare il senso di impotenza e totale mancanza di controllo, portando gli individui al nichilismo e a non impegnarsi, né nel migliorare se stessi, né dando un contributo alla Società, minando quindi quella stessa autonomia di cui i credenti nelle teorie cospirative sarebbero carenti. È facile quindi che il guru complottista diventi il punto di riferimento principale di queste persone, divenendo quello stesso imbroglione da cui alcune di loro avrebbero voluto mettersi al riparo. 


Il plagio è sempre dietro l’angolo ed è piuttosto subdolo. I ricercatori citano un lavoro di Douglas e Sutton del 2008, dove durante un esperimento delle persone venivano persuase da argomentazioni complottiste. Queste interrogate in un secondo momento, non avevano cognizione del fatto che il loro pensiero era cambiato. 


Bisogni sociali


Le teorie cospirative appagano anche il bisogno di costruire una immagine positiva di sé e del gruppo di appartenenza. Ogni fallimento personale o della propria squadra sarà quindi frutto degli agenti malevoli della cospirazione. All’origine di questo mind-set potrebbe esserci - come osservato in diversi studi - l’aver vissuto l’esperienza dell’ostracismo. Non è difficile trovare esempi di giornalisti, scrittori e personaggi dello spettacolo, che hanno sposato la credenza in diverse teorie di complotto dopo un periodo in cui hanno vissuto un danno di immagine per svariati motivi. 


Il giornalista sorpreso a pubblicare informazioni errate e per questo messo alla gogna, potrebbe finire per convincersi che tali errori fossero indizi di una verità alternativa, in cui sono incappati accidentalmente. Così le narrazioni cospirazioniste danno l’opportunità di riparare il proprio ego danneggiato. Va da sé che anche percepirsi come parte di un gruppo o etnia svantaggiato, può rendere suscettibili a cadere nel mind-set complottista. Concepire se stessi dalla parte dei perdenti porta a percepire l’esistenza di gruppi potenti da cui proteggersi e desiderare l’adesione a gruppi che rispecchiano questa percezione di sé. 


Similmente al lavoro di van Prooijen e van Vugt, anche qui troviamo l’identificazione di fattori come il narcisismo e l’ideazione paranoica; a questi i ricercatori aggiungono anche il narcisismo collettivo. Le teorie di complotto portano inoltre a sviluppare sentimenti di alienazione e anomia. Così l’individuo o il gruppo si isolano dagli altri, peggiorando o generando la situazione di inferiorità e impotenza percepiti.


Foto di copertina: viarami | Immagine di repertorio.

lunedì 4 ottobre 2021

Un rilevatore di complotti nella nostra mente


Per quale ragione relativamente tante persone sono disposte a credere che l’attentato dell’11 Settembre 2001 sia un inside job americano? Quali presupposti antropologici fanno sì che l’intera industria farmaceutica intesa come Big Pharma cospiri per farci ammalare? La letteratura scientifica ha esplorato soprattutto i meccanismi più prossimi delle teorie cospirative, mentre sarebbe fondamentale scavare più a fondo, indagando le origini evolutive di questo fenomeno. Jan-Willem van Prooijen e Mark van Vugt hanno analizzato in una revisione di diversi studi sul tema, le due ipotesi più accreditate:1

a) il complottismo come sottoprodotto di vari meccanismi psicologici che dipendono dalle esperienze personali (ipotesi sottoprodotto) [by-product];

b) oppure come parte di un adattamento evolutivo, volto a rilevare potenziali coalizioni pericolose (ipotesi adattiva) [adaptation hypothesis].

Esistono nella nostra mente dei meccanismi, frutto probabilmente di diversi adattamenti evolutivi, che spiegano euristiche, stereotipi e bias. Una vasta letteratura scientifica ci porta a pensare che possano spiegare tanto il complottismo quanto la pseudoscienza, la xenofobia, eccetera.2 Se l’ipotesi dei meccanismi psicologici spiega tutti questi fenomeni (il complottismo come sottoprodotto di euristiche evolutesi per altre ragioni), quella del sistema volto a rilevare coalizioni nemiche sembra più specifico delle teorie cospirative (il complottismo adattivo, ovvero come sistema mentale evolutosi appositamente allo scopo di rilevare delle cospirazioni).

Secondo questa prospettiva esisterebbero specifici segnali di coalizione che attiverebbero delle contro-strategie adatte a prevenirle o contrastare presunte minacce esterne. Un vero e proprio sistema mentale dedicato a tale scopo potrebbe essersi evoluto quando effettivamente era funzionale, negli ambienti in cui l’umanità si trovava alle sue origini, prima della civiltà; similmente alle euristiche, di cui il cospirazionismo potrebbe essere – in alternativa – un sottoprodotto. Prooijen e Vugt concludono il loro lavoro constatando che siamo tutti potenzialmente suscettibili al complottismo:

«Gli esseri umani moderni sono molto suscettibili alle teorie della cospirazione, anche quando ci sono poche prove dirette a sostenerle. […] Suggeriamo che le teorie della cospirazione siano molto diffuse perché nella storia evolutiva della nostra specie è stato adattivo sostenere queste credenze. Resta da vedere se sia ancora adattivo per gli umani nel mondo moderno essere eccessivamente suscettibili alle teorie della cospirazione».

Nel 2004 il 49% della popolazione di New York riteneva plausibile che gli attentati dell’11 settembre 2001 fossero un inside job del Governo; il 39% era concorde nel ritenere che esistesse una Big Pharma volta a screditare attraverso la Food and Drug Administration (FDA) le cure contro il cancro. Dati simili sono reperibili negli anni successivi per diverse altre tesi cospirative. Questo suggerisce che la mentalità complottista sia piuttosto diffusa nella popolazione.

Come è fatta una teoria di complotto

La definizione più comune di teoria del complotto prevede una cerchia di «grandi vecchi» che cospirano in segreto, allo scopo di portare a termine un piano malvagio. Sono almeno cinque gli elementi che si trovano più frequentemente in questo genere di narrazioni:

1. patterns – presentano un assunto che mette in connessione reciproca persone, oggetti ed eventi;

2. agency – implicano una intenzione deliberata dei cospiratori;

3. coalitions – non esistono mai lupi solitari ma si agisce in coalizione;

4. threats – rappresentano una minaccia per la popolazione;

5. secrecy – sono chiuse alla confutazione postulando elementi segreti impossibili da smentire.

È possibile fare un parallelo con le credenze mistiche/religiose, dove un pattern di elementi casuali viene piegato a seconda della credenza. Le teorie cospirative si presentano come rivelazioni religiose; soddisfano in questo senso un bisogno di esperienze mistiche e spirituali; appagano il bisogno di partecipare a rituali sacri. Lo vediamo in maniera accentuata nelle tesi ufologiche, nel fenomeno della OOP Art e nella tesi degli Antichi astronauti. Spesso chi abbraccia queste idee è ateo, sostituisce quindi la divinità con qualcosa che ha le caratteristiche razionali/magiche più adatte. Spesso gli attori della cospirazione sono principalmente tre:

1. istituzioni governative;

2. multinazionali, banche, grandi aziende;

3. minoranze stigmatizzate (per es. gay, neri, rom).

I ricercatori notano che spesso emergono teorie di complotto nei livelli più bassi delle organizzazioni aziendali, dove i dipendenti sospettano dei manager, che li userebbero per perseguire i propri obiettivi personali. Poiché la credenza in una teoria cospirativa riflette un mind-set cospirativo, questo sarà predittivo di credenze in altre teorie del complotto non necessariamente correlate. Questo è emerso indifferentemente in diverse altre culture, non solo occidentali.

Un generatore di correlazioni e intenzioni dentro di noi

Se le teorie cospirative sono un fenomeno by-products questo implicherebbe che pattern perception, agency detection, threat management e alliance detection sono fenomeni adattatisi indipendentemente tra loro per risolvere diversi problemi di sopravvivenza e riproduzione. Viceversa il mind-set cospirativo potrebbe essere esso stesso un adattamento e gli elementi elencati dei sintomi di questo modello mentale, che sarebbe un bagaglio cognitivo presente in tutti noi.

La pattern perception riflette la nostra capacità di apprendimento associativo e spiega la tendenza a negare la casualità di due eventi che si presentano contemporaneamente. Le correlazioni spurie alimentano così la credenza nel soprannaturale – torna il parallelo con religiosità e misticismo – c’è una correlazione empirica con le teorie di complotto e il fenomeno si spiega più semplicemente con le euristiche e i bias.

La agency detection sembra collegata alle nostre capacità empatiche. Abbiamo evoluto l’abilità di riconoscere intenzionalità nelle azioni e negli eventi. Questo come nel caso della pareidolia può portare a vedere intenzioni inesistenti. Nelle credenze religiose riconosciamo questo elemento nell’antropomorfizzazione e nel dare intenzionalità agli oggetti. Questo razionalismo magico è empiricamente correlato anche alle teorie di complotto.

L’ipotesi by-products vede le teorie di complotto come un sotto-prodotto del sistema di threat management costituito dalle euristiche. Per questo vediamo una correlazione empirica tra periodi di incertezza per il futuro e maggiore diffusione delle teorie cospirative. Possiamo dividere questo sistema di riconoscimento dei pericoli in due modalità principali:

1. disease-avoidance system – prevenire le malattie;

2. self-protection system – proteggersi da rivali o predatori.

Il cosiddetto «Astronauta di Palenque» è un esempio che mette assieme pareidolia, agency detection e threat management.

Sopravvivere al gioco di alleanze e competizione

Il primo implica la competizione tra gruppi, il secondo quella tra individui. L’ipotesi adattiva vede il riconoscimento di coalizioni ostili come possibile origine del mind-set complottista. La alliance detection potrebbe essersi evoluta nell’ottica di riconoscere principalmente coalizioni amiche, per entrare a far parte di alleanze utili nell’accesso alle risorse. Il gioco di alleanze in competizione avrebbe favorito l’emergere di tifoserie, come quelle che vediamo oggi nello sport e nella politica; le troviamo empiricamente correlate anche nelle teorie cospirative.

La civiltà sembra centrale nella differenza tra l’origine adattiva e quella come sottoprodotto. Le teorie di complotto come by-products implicano infatti che questo mind-set non fosse funzionale alla fitness genetica dei primi Homo sapiens, mentre le fonti storiche mostrano una serie di comportamenti che si spiegano molto bene con schemi cognitivi (euristiche e bias) evolutisi prima della civiltà, che oggi non sono più funzionali. Un falso positivo avrebbe sempre preservato la sopravvivenza, viceversa un falso negativo implicava sempre il rischio di finire vittima di un predatore o di un rivale. È estremamente difficile oggi capire se la nascita dell’agricoltura e delle prime civiltà abbiamo costituito uno spartiacque, tale da rendere certi adattamenti non più necessari e a volte disfunzionali; oppure se fin dall’origine degli ominidi tre milioni di anni fa – o delle prime specie umane fino ai Neanderthal scomparsi 200 mila anni fa – il riconoscimento di coalizioni ostili fosse un basilare elemento in grado di determinare la fitness genetica.3

KELLEPICS | Immagine di repertorio.

L'ipotesi del cospirazionismo adattivo

Analizziamo ora le cinque principali istanze [proposition] del cospirazionismo adattivo: 1. univeralità; 2. dominio e specificità; 3. interattività; 4. efficienza; 5. funzionalità.

1. Le teorie di complotto sono universali? – È quanto si chiedono i ricercatori, a prescindere dall’origine adattiva o come by-products. La risposta sembra essere affermativa, alla luce delle evidenze storiche, le quali ci informano dell’esistenza di teorie cospirative fin dall’antichità, il loro volume non è stato cambiato dall’avvento della società digitale. Un lavoro di Uscinski et al (2014) analizza oltre 104mila lettere complottiste inviate dai lettori al New York Times dal 1890 al 2010, constatando una stabilità nel tempo delle ipotesi di complotto. Queste posso essere tramandate per generazioni contaminando diverse culture, come nel caso dell’antisemitismo.

Esempi storici di teorie di complotto possono essere le accuse di corruzione dei giovani ed empietà nei confronti di Socrate; la credenza che l’incendio di Roma del 64 d.C. fosse prima opera dei Cristiani, poi dell’imperatore Nerone. Certe volte questo mind-set cospirativo può rivelarsi realmente predittivo, come nel caso della congiura di Catilina del 62 a.C. Non è detto che tutte le culture favoriscano a pari grado il diffondersi di teorie cospirative. Esistono più probabilmente determinati segnali [cues] che potrebbero attivare il mind-set in un individuo predisposto. Uno studio di West & Sanders (2003) suggerisce che le teorie di complotto si diffondano meglio nei Paesi in via di sviluppo. La combinazione tra superstizioni e teorie cospirative sembra essere un crossover piuttosto diffuso tra diverse culture. Gli antropologi hanno osservato teorie cospirazioniste anche in popolazioni di cacciatori-raccoglitori, come gli Yanomamo, dove si crede che alcune tribù commettano stregoneria contro le rivali (Chagnon, 1988). Tuttavia non esiste una letteratura sufficientemente ampia, che abbia trattato in maniera sistematica il mind-set cospirativo nelle culture di cacciatori-raccoglitori.

2. Dominio e specificità – Lo Scimpanzé comune è un nostro cugino evolutivo, che come noi vive in gruppi dove le coalizioni all’interno del gruppo sono strutturali e regolano la vita sociale, implicando il controllo dei membri e degli estranei, impartendo punizioni o esclusioni dal gruppo, generando conflitti violenti, esogeni ed endogeni. Negli esseri umani tutto questo viene concepito attraverso il sentimento di vendetta, allo scopo di riparare i torti e ristabilire un ordine, una situazione stabile, di equilibrio.

3. Interattività – Riguarda l’insieme di segnali che possono portare a concepire come realistica una coalizione «considerevole, potente e ostile». Possono essere considerati tutti segnali di conflitto tra gruppi. È la creazione del nemico uno dei mezzi più efficienti nel generare teorie di complotto, come abbiamo visto nella storia dei totalitarismi, dal nazionalsocialismo allo stalinismo. Oggi sembra che le ipotesi cospirazioniste permeino i gruppi radicali, in special modo – ma non esclusivamente – le sub-culture di estrema destra, o non meglio collocate nella dicotomia destra-sinistra, come il rossobrunismo. I gruppi cosiddetti moderati sembrano invece meno permeabili al cospirazionismo.

Così chi si sente parte di un gruppo minacciato tenderà a rafforzare lo spirito di coesione, il fare gruppo, radicalizzandosi ulteriormente nella credenza in teorie cospirative che cementano l’unità contro la minaccia percepita. Il nemico può così essere «creato» appositamente per rafforzare la propria base. Una combinazione tra forte identità di gruppo (specialmente nelle formazioni che si percepiscono impotenti e fragili in relazione al resto della società) e la presenza di potenti gruppi all’esterno è la ricetta perfetta nel proliferare del complottismo. L’emarginazione e la stigmatizzazione sembrano essere i fattori chiave. Chi si sente per qualche ragione isolato, escluso, sarà maggiormente suscettibile di venire «catturato» dai gruppi cospirazionisti. Sono emerse almeno sei variabili nell’ambito delle quali possono essere colti dei segnali della presenza occulta di un pericolo o di una minaccia:

  • paranoia interpersonale;

  • narcisismo;

  • diffidenza generalizzata;

  • tratti ansiosi;

  • senso di sgradevolezza;

  • machiavellismo.

4. Efficienza – Secondo quanto suggerito dagli autori olandesi, questi segnali potrebbero attivare automaticamente un «conspiracy detection system», che d’ora in poi definiremo con la sigla CDS. Si tratterebbe dunque di un sistema altamente efficiente. In un individuo predisposto - secondo le circostanze che abbiamo già visto - il suo CDS si attiverebbe immediatamente alla prima correlazione spuria o alla prima coincidenza straordinaria. Nelle tesi di complotto sull’11 settembre un documento dei dirottatori trovato nei pressi del WTC dopo lo schianto del Boeing che aveva dirottato, ha la valenza di una prova. Quel che generalmente è un indizio banale (è normale che degli oggetti, anche fragili, vengano proiettati fuori da un disastro del genere, e possono essere ritrovati anche intatti, com’è successo coi documenti delle vittime dell’11 settembre) nella mind-set complottista diventa il dato incontrovertibile, che smentisce a priori la mole di prove raccolte sugli attentati. 

Lo stesso vale per l’assenza di filmati che immortalino lo schianto del terzo aereo contro il Pentagono; il fatto che siano stati trovati frammenti del Volo 93 precipitato nei pressi di Washington D.C. lontano dal cratere dell’impatto (quando un aereo precipita intatto ali, coda e cabina sono vicine, non necessariamente tutti i frammenti del velivolo); possono essere tutti segnali della presenza di una minaccia che agisce occultamente. A tutto questo si associano le euristiche e i bias. La domanda se concorrano al CDS o se quest’ultimo sia un by-product delle stesse resta aperta. Quel ch’è certo è che tali segnali sono più forti di qualsiasi preparazione analitica acquisita precedentemente. «Le skill del pensiero analitico non sono sufficienti a promuovere lo scetticismo verso le teorie cospirazioniste», affermano i ricercatori. Questo perché il CDS si attiva immediatamente, mentre le «complesse e deliberate operazioni mentali» richiedono diversi passaggi, alcuni dei quali sono trascendenti le capacita cerebrali. Per esempio, la statistica è un servo-meccanismo, ovvero uno strumento mentale, che non si è evoluto nella nostra mente, l’abbiamo dedotta noi attraverso il metodo scientifico, che si acquisisce a posteriori. Il contesto sociale e determinate condizioni individuali possono determinare il mind-set cospirazionista, a prescindere dal livello di educazione scientifica acquisita.

5. Funzionalità – Si può rispondere alla credenza in una cospirazione in due modi: evitandola o affrontandola. Nel primo caso si tratta di fuggire e mettersi al riparo dal pericolo percepito. Così si evita la vaccinazione, preferendo spendere per i tamponi pur di evitare di essere «cavie» del complotto farmaceutico. In Africa è forte la credenza in un complotto volto a sterminare la popolazione nera, così si evita l’uso del contraccettivo, eccetera. Nel secondo caso emergono guru e demagoghi che catalizzano vere e proprie lotte contro i mulini a vento e possono portare singoli sprovveduti a commettere veri e propri delitti. Ci si rifà ai propri diritti identificando la società democratica come fosse una dittatura, salvo elogiare veri regimi autoritari solo perché organici alla propria credenza (Putin, la Cina o addirittura i Talebani). Spesso filosofie pre-esistenti risultano prestarsi molto bene a entrambi gli atteggiamenti, a prescindere dalle reali intenzioni dei pensatori originali: la bio-politica di Foucault; l’ontologia di Heidegger; il postmodernismo; il marxismo; il già citato rossobrunismo. Tutti mind-set, schemi di pensiero, che hanno in parte ispirato anche stimati accademici, non solo nell’ambito della cultura umanista.

lextotan | Occhio rettiliano che tutto vede.

Foto di copertina: STOCK_MASTER_7 | occhio-che-tutto-vede-provvidenza.


NOTE

1. Jan-Willem van Prooijen, Mark van Vugt, Conspiracy Theories: Evolved Functions and Psychological Mechanisms, Perspectives on Psychological Science, 19 settembre 2018;

2. Gilberto Corbellini, Nel paese della pseudoscienza, Feltrinelli, 2019; Daniel Kahneman, Pensieri lenti e veloci, Mondadori, 2021;

3. Si consiglia la lettura dei Saggi «Sapiens – Da animali a dèi», di Y. N. Harari (Bompiani, 2017); «Armi, acciaio e malattie – Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni», di J. Diamond (Einaudi, 2005).

mercoledì 25 novembre 2020

Perché la Stampa mainstream fa schifo e i giornalisti sono tonti

Il titolo è clickbait e va bene così. Ora se volete pure leggere, vi spiego che differenza dovremmo considerare tra misinformazione e disinformazione, e perché la prima rende vittima gli stessi giornalisti, mentre la seconda è ingiustificabile



Il caso del paper dell’Istituto Tumori di Milano, sul nuovo Coronavirus presente in Italia fin da settembre ha provocato lo sdegno di molti, sul cattivo giornalismo e la carenza di giornalisti scientifici nelle redazioni. Ora, visto che sono stato tra i primi a smontare quello studio, posso scrivervi con tutta serenità perché - secondo me - in questo caso non si può parlare di cattivo giornalismo, bensì di giornalismo inquinato, o inquinamento informativo. È un problema, di cui le prime vittime sono proprio le redazioni dei quotidiani.


È inutile quanto dannoso dare continuamente la colpa ai giornalisti. La scarsità di tempo e l’impossibilità di avere sempre disponibili dei giornalisti scientifici non è una colpa, quanto un limite fisiologico. E lo slow journalism? C’è e si chiama settimanale di approfondimento. A parte gli scherzi, il giornalista scientifico può benissimo tornare su una notizia in un secondo momento, ovviando alle imprecisioni o denunciando una fonte che ha fregato i colleghi, colti alla sprovvista. Esattamente quel che è capitato di fare a me, o ad altri colleghi, che si sono trovati nell’imbarazzo di dover denunciare una disinformazione, dopo che la propria testata l’aveva fatta circolare.


Questa è certamente misinformazione, ma è colpa dei giornalisti quanto un asintomatico è colpevole di attentare alla vita degli anziani. Seguite la metafora: tutti noi dovremmo stare a casa per limitare la diffusione del virus, ma andare al supermercato, dal barbiere, o a prendere un caffè ogni mattina, perché l’Enel non ti attiva il gas da un mese (true story), è un limite fisiologico. Se abbiamo un focolaio di infezione, non significa necessariamente che centinaia di persone non hanno rispettato il distanziamento sociale. Fuor di metafora, è molto probabile, se salta fuori che una notizia errata è stata diffusa su quasi tutti i giornali, che ci troviamo di fronte a un fenomeno di inquinamento informativo.


Se a qualcuno di voi piace pensare che tutti i giornalisti - o buona parte - siano degli incompetenti, io non posso impedirvelo, ma sappiate che il ragionamento alla base è lo stesso che porta alcuni a considerare tutti i migranti irregolari, dei potenziali criminali. Non di meno, il cattivo giornalismo esiste davvero; analogamente, nelle carceri troviamo anche cittadini di paesi in via di sviluppo. Bisogna sempre contestualizzare. Allora facciamolo subito.


Nota bene prima di proseguire la lettura:

  • In ogni riga di questo articolo parlo a titolo personale, usando uno stile che differisce del tutto o in parte da quello che uso sul lavoro;
  • Non sto negando che il problema della disinformazione sia in parte dovuta a giornalisti scorretti o impreparati;
  • [Quadre] e barrati sono la cifra della libertà di stampa in questo Paese;
  • Ogni riferimento a terzi non vuole mai essere a titolo personale;
  • Prima di commentare accertati di non aver letto solo il titolo.


Disinformazione e misinformazione


L’articolo di Ivo Mej che nel suo blog, ospitato dal Fatto Quotidiano, dà voce alle tesi di complotto sugli allunaggi delle missioni Apollo è certamente cattivo giornalismo [controverso], come puntualmente denunciato dal nostro decano, Paolo Attivissimo, in un epico dibattito a colpi di tweet col direttore Peter Gomez. Mej aveva a disposizione decenni di studi, letteratura giornalistica di qualità, e la possibilità di consultare diversi fact-checker, ma ha scelto la via del giornalismo a tesi: si parte da una convinzione preconcetta, e si cerca di raccogliere tutto ciò che la conferma, ignorando le fonti che la smentiscono. Quando Claudio Messora pubblica un articolo dove si riportano affermazioni negazioniste di un collegamento tra HIV e AIDS, fa la stessa cosa [Messora è la persona, Byoblu il blog, che riporta affermazioni di altri, che fassoddoni con antani]. Poco importa se poi il testo è stato cancellato, perché non esiste ancora una rettifica a quel pezzo. 


Scelte editoriali queste sconosciute


A questi fenomeni si aggiunge un potenziale conflitto di interessi, dovuto alla necessità di trarre profitto dai click. Non tutte le testate funzionano così. Alcune come Open, non hanno scopo di lucro, tutto viene reinvestito in attrezzature, software e personale. Accusare testate di questo tipo di fare clickbait equivale a disinformare, e in certo modo a diffamare. Poche altre come il Post possono permettersi di aspettare, perché hanno fidelizzato un pubblico che aspetta di leggere le loro analisi, similmente succede col progetto Open Fact Checking (che agisce in autonomia: sfumatura che può riguardare diverse altre rubriche in altri media), grazie anche al fatto che ne fa parte, assieme al sottoscritto, l’amico David Puente, un volto pulito del giornalismo italiano, che ha conquistato la fiducia di molti. 


Il relativismo della gravità negli errori


Editore, scelte editoriali e volti noti possono cambiare notevolmente le modalità con cui una testata può permettersi di spendere il tempo a disposizione, facendo apparire più o meno gravi eventuali errori o imprecisioni. Ricordo che anni fa un maestro dell’indagine dei falsi miti, confuse Luigi XVI con Luigi XIV, il Re Sole. Un errore affatto percepito, comprensibilmente, perché la Storia non era nel focus delle sue argomentazioni, inoltre la sua fama ha permesso a tutti di comprendere che anche i migliori sbagliano ogni tanto. Cosa potrebbe succedere allora a un giornalista, di quelli che magari non devono ripetere gli stessi concetti per anni nei convegni?


Quando Open era al suo primo anno di vita ci siamo trovati sotto attacco quotidiano da parte dei detrattori del nostro editore, Enrico Mentana. Così ogni minima sbavatura diveniva un «errore grave», anche perché spesso il bisogno irrefrenabile di umiliare dei praticanti alle prime armi, superava il sincero interesse alla correttezza dell'informazione. Un retaggio di questo bullismo mediatico è ancora visibile su Facebook, sotto le mentite spoglie di pagina satirica, il cui nome richiama i 15mila CV inviati a Mentana nell'estate 2018. 


Ne sono stato vittima persino io. Non avendo (per fortuna e purtroppo) un volto noto, ero assimilato allo stigma - creato da tali buzzurri - del «giornalista scemo di Open», con buona pace degli anni - in parte già col Tesserino dell'Ordine - passati assieme agli esperti a combattere la disinformazione. In queste condizioni non puoi permetterti di confondere i Sovrani francesi. Ricordo un esempio tra tanti. Un mio articolo sui falsi miti medievali compare assieme a una foto del Rinascimento italiano, che secondo l’editor di allora andava bene, perché precedente al 1492, anno della scoperta dell’America (un falso mito ereditato a Scuola). Apriti cielo! Non solo mi sono fatto carico di un errore non mio, ma ovviamente sono diventato il cattivo giornalista che fa «errori gravi». Bè, lasciate che vi sveli un segreto: un errore è grave quando correggendolo ti tocca buttare nel cestino l’intero articolo, tutti gli altri sono re di Francia.


Quando anche i giornalisti sono parte lesa


Disinformazione e falsi miti spesso rendono vittime quanto i lettori gli stessi giornalisti che li ereditano; non solo in Italia; non solo nelle testate meno autorevoli. Quando Jonathan Foley spiega a Forbes durante gli incendi in Amazonia, che la Foresta amazzonica non è il «polmone del Pianeta», non lo fa in risposta ai giornalisti nostrani, ma al pool di analisti scientifici della BBC, e ai colleghi di Snopes, che ne riportarono l’affermazione. Recentemente la CNN ci ha annunciato che non è possibile raggiungere l’immunità di comunità contro il SARS-CoV-2, dando per scontata la differenza tra immunità naturale e quella indotta dai vaccini. Anche in questo caso, come nei precedenti esempi, abbiamo un articolo corretto, ma che non approfondisce alcuni punti, che si prestano a fraintendimento. Così abbiamo letto un po’ ovunque titoli che contraddicevano quanto emerso negli studi precedenti: tutti i positivi sviluppano gli anticorpi.


Similmente, il paper pubblicato con una peer review discutibile sulla presenza di anticorpi specifici al SARS-CoV-2 in Italia da settembre, ha fuorviato tanti colleghi, contraddicendo quanto emerso recentemente sulla cross-reattività, ovvero la possibilità, che alcune persone infettate in passato da Coronavirus comuni, possano aver sviluppato anticorpi che casualmente funzionano anche per neutralizzare il Nuovo, emerso ufficialmente nel dicembre 2019. In tutti questi casi il giornalismo non è complice ma vittima. È bene capirlo, perché a furia di «blastare» validi colleghi che ci sono «cascati» produrrà i Mej e i Messora del domani [non che ci sia niente di deprecabile, «hanno fatto anche cose buone», e poi c'è la libertà di opinione che tapioca la supercazzola con scappellamento a destra]: persone capaci e intelligenti, che a un certo punto hanno dovuto sbattere la testa contro l’arroganza scientista, che non c'entra niente con la buona divulgazione, ed è lesiva tanto quanto i ciarlatani, la paranoia complottista, e la propaganda politica; come quella cinese, che ha puntualmente usato lo studio dell'Istituto Tumori per traslare altrove lo spillover


  • Sullo scientismo, ch'è diverso dal buonsenso dello scienziato e del divulgatore ha fatto un video interessante il filosofo Rick DuFer, «Fenomenologia del negazionista». Ascoltatelo, perché se i miei accenni critici a questo mal costume vi irritano, forse non avete ben chiaro il vero senso del termine.


Meno capri espiatori e più rispetto del lavoro dei giornalisti


Una delle chiavi del problema è tutta qui, nel saper distinguere tra misinformazione (giornalismo vittima di inquinamento informativo) e disinformazione (giornalismo a tesi). È vero - almeno in parte - che il giornalismo lento screma tutti i problemi, ma non possiamo vivere di settimanali e mensili di approfondimento. Meglio sbagliare tutti i giorni nella piena libertà di farlo, che non poterlo fare mai più, perché la Stampa è arrivata troppo tardi. Un flusso continuo di informazioni è un presidio di democrazia. Quando Bob Woodward e Carl Bernstein scrissero l'inchiesta del Washington Post che fece esplodere lo scandalo Watergate, non vennero presi subito sul serio, c'era un margine che li esponeva sempre all'errore, ma hanno tirato avanti, perché potevano farlo in una Stampa libera, anche di sbagliare, senza la quale la Storia americana avrebbe potuto svolgersi diversamente. 


Il problema infatti non è l’errore, quanto il preciso intento o prassi di fare giornalismo a tesi. Chi lo fa non commette alcun errore, fa proprio disinformazione, o ammette la possibilità di farne, purché l’ideologia della sua lobby venga salvaguardata e rafforzata. Leggere bufale sui migranti o sulle Scie chimiche, non è dovuto a errori, ma a cattivi direttori responsabili, cattivi editori e cattivi lettori. Il praticante, il redattore sottopagato e il collaboratore retribuito a pezzo, non sono complici, ma vittime. È il caso di rifletterci, ma lo si può fare solo facendo un bagno di umiltà: dobbiamo capire, rispettando il lavoro di tutti, non denigrando e facendo capri espiatori.


È il ciarlatano quello che invita i suoi lettori a lasciar perdere i «media mainstream», smettiamo di aiutarlo, dando la caccia coi forconi a tutta una categoria. Se una notizia falsa viene ripresa ovunque, e non si comprende che questo può spiegarsi più probabilmente con una manovra (più o meno consapevole) di alcuni, che viene prima della pubblicazione nelle Agenzie di stampa, allora stiamo solo cercando l’untore, l’avvelenatore di pozzi: il capro espiatorio che ci farà sentire migliori degli altri, ben lungi dal risolvere un problema, quanto incentivandolo ulteriormente, e lasciando impuniti e liberi di agire chi ha davvero creato il problema alla radice. Basta andare a vedere la caterva di preprint e comunicati sensazionalisti sulla Covid-19, usciti dagli uffici stampa di vari atenei durante l'anno, per farci un'idea.

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Foto di copertina: Alexas_Fotos | Giornalisti.

mercoledì 12 agosto 2020

Cugino complottista crede che il vaccino di Putin sia copiato


Mio cugino - che non posso nominare perché la Deontologia mi impone di proteggere le fonti - sostiene dopo aver letto un articolo della BBC del primo agosto, che Vladimir Putin avrebbe copiato il vaccino Sputnik V da uno dei team di ricerca occidentali, impegnati nello sviluppo di un vaccino anti-Covid basato su adenovirus, già nelle fasi più avanzate della sperimentazione (Phase II/III).

Il mio errore è stato quello di mostrare a mio cugino l’articolo che ho scritto per Open assieme a David Puente, dove analizzavamo lo stato confusionale dei NoVax all’indomani dell’annuncio del vaccino Russo, facendo presente anche tutte le ombre attorno alla faccenda. 


Il 16 luglio 2020 il National Cyber ​​Security Center (NCSC) del Regno Unito annunciava in un report che degli hacker collegati ai Servizi segreti russi avrebbero preso di mira le aziende impegnate nella sperimentazione dei vaccini contro il nuovo Coronavirus. Sono diverse le Agenzie di sicurezza che concordano, tra queste anche la National security agency (NSA), ovvero i Servizi segreti “informatici” degli Stati Uniti.


Al momento sappiamo che questi attacchi non hanno intaccato la nostra Ricerca. Non è dimostrato che i Russi abbiano carpito dati, ma non viene nemmeno escluso.


«Il National Cyber ​​Security Center (NCSC) del Regno Unito ha affermato che gli hacker "quasi certamente" operavano come "parte dei servizi di intelligence russi" - spiega la BBC - Non specificava quali organizzazioni fossero state prese di mira o se fossero state rubate informazioni. Ma ha detto che la ricerca sui vaccini non è stata ostacolata dagli hacker».


Mio cugino ha così collegato i fili: attacchi informatici ad aziende produttrici di un vaccino anti-Covid che avrebbero permesso di carpire informazioni, senza ostacolarne l’attività di ricerca, precedono l’annuncio di Putin riguardo a un vaccino, frutto della collaborazione del Ministero della sanità col Gamaleya Institute. Nonostante il cosiddetto Sputnik V avesse superato solo la prima fase di sperimentazione, che coinvolge qualche decina di persone (76 in tutto in questo caso), viene presentato comunque come sicuro ed efficace, tanto che il Premier russo lo avrebbe somministrato a una delle sue figlie.


Quando trapelò l’accusa di attacchi hacker il portavoce di Putin, Dmitry Peskov, negò ogni accusa. Io non posso far altro che credergli, così come voglio credere che il Presidente russo abbia somministrato un vaccino sperimentato su appena 76 volontari al Sangue del suo sangue. Probabilmente non lo ha fatto su se stesso perché sarebbe stato irresponsabile privare la Russia del suo leader massimo. Insomma, è la parola di Putin contro quella di mio cugino, non c'è sfida.


In assenza di prove non mi resta che cazziare mio cugino, perché lo spionaggio non può essere dimostrato per definizione, salvo rarissimi casi. Del resto sarebbe molto arrogante da parte nostra pensare che una potenza mondiale come la Russia non sia in grado di sperimentare il suo vaccino autonomamente, al netto dello spionaggio scientifico e industriale, che fanno tutti i Paesi. 


Anche noi (tutti i Paesi che non avvelenano col polonio i personaggi scomodi) potremmo esserci copiati a vicenda. Il problema è quando si usano logiche di mercato - o di geopolitica - per un vaccino così importante. Non è come uno smartphone o una missione spaziale. Le fasi della sperimentazione non si possono saltare. Vedremo prossimamente se Mosca fa sul serio, o se si è trattato solo di una operazione di propaganda, di cui per altro abbiamo avuto già altri indizi durante la pandemia, anche da parte del Governo cinese. 


«Attori stranieri e alcuni paesi terzi - spiega un documento della Commissione europea - in particolare Russia e Cina, si sono impegnati in operazioni di influenza mirate e campagne di disinformazione intorno alla COVID-19 nell'UE, nel suo vicinato e nel mondo, cercando di minare il dibattito democratico, esacerbare la polarizzazione sociale e migliorare la loro propria immagine nel contesto COVID-19»


«Comprendere la ricerca sui vaccini e altri dettagli sulla pandemia - continua la BBC - è diventato un obiettivo principale per le agenzie di intelligence di tutto il mondo e molti altri comprese le spie occidentali, probabilmente saranno attivi in questo spazio».


Mi auguro quindi - per i russi - che Putin il vaccino lo abbia copiato davvero… soprattutto che lo abbia copiato bene.



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ATTENZIONE: il post che avete letto contiene alte dosi di ironia. Questo è un blog personale dove mi esprimo attraverso termini e modi che non mi sognerei mai di utilizzare nel lavoro, neanche sotto psicofarmaci. Se siete stronzi per qualche motivo desistete dalla lettura, tanto non ci capireste un cazzo.

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venerdì 7 agosto 2020

Cosa ho capito dalla lettura dei verbali del Comitato tecnico scientifico


È passata un'eternità dall'ultima volta che ho avuto il tempo di aggiornare questo blog. Per altro continuo a pagare le spese annuali del dominio. Considerato il fatto che sono in esilio da YouTube per diverse ragioni (potete approfondire nell'ultimo video del Canale), mi tocca tornare a scrivere anche qui con una certa regolarità

Così almeno continuo a pubblicizzare i miei profili Twitter, Telegram e Instagram. A proposito, sapevate che su Telegram potete seguire le rassegne quotidiane dei miei articoli per Open, e altre collaborazioni? Ecco, adesso lo sapete.

ATTENZIONE: il post che state per leggere contiene alte dosi di ironia. Questo è un blog personale dove mi esprimo attraverso termini e modi che non mi sognerei mai di utilizzare nel lavoro, neanche sotto psicofarmaci. Se siete stronzi per qualche motivo desistete dalla lettura, tanto non ci capireste un cazzo.

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Dunque, ho lavorato a un pezzo scritto assieme a David Puente e Marco Assab sui documenti richiesti al Governo dalla Fondazione Luigi Einaudi: quelli del Comitato tecnico scientifico sull'emergenza Covid-19. È essenziale che leggiate l'articolo prima di proseguire questa lettura.

Per qualche ragione (ipotizzo dovuta a prassi politica, ma non sono un esperto) i verbali delle riunioni del Comitato non erano stati resi accessibili a tutti (alcuni sono classificati come "riservati"), e c'è voluta la caparbia della Fondazione Einaudi, unita a una sentenza del TAR, per ottenere la loro pubblicazione.

Così la mattina stessa, sentendomi un piccolo Assange, trasferisco in un pennino i Pdf (oltre 100 pagine) coi verbali e vari report dell'ISS e dell'INAIL. Passo i file al cartolaio, accertandomi che nessuno ci stesse osservando. Probabilmente quella cartoleria doveva essere una copertura dei Servizi. Come l'ho scoperto? Beh, al rientro mi sono accorto che avevano rilegato i fogli al contrario.

Così finalmente a casa, leggo la documentazione da destra verso sinistra, come un manga, cosa che ha reso la lettura più intrigante. Arrivo quindi al verbale del 7 marzo 2020, relativo a una riunione svoltasi nella sede della Protezione civile. 

Tutti leggono subito la seconda pagina trascurando la prima [cosa che ho fatto anch'io, ma solo perché avevo la versione manga... E se fosse un complotto che coinvolge tutti i cartolai? Insomma, è plausibile... scusate, sto divagando come al solito]. Insomma, il Comitato non avrebbe proposto un lockdown, ma il Governo decise comunque per una chiusura totale nell'intero territorio italiano. 

Questo lo si legge nella seconda pagina. Nella prima gli esperti elencano delle premesse alla base della loro proposta. Faccio notare un passaggio in particolare: 

«Tenuto conto che quanto più le misure di contenimento sono stringenti tanto più ci si attende una maggiore efficacia nella prevenzione della diffusione del contagio».

Quindi se da un lato Conte non era succube dei tecnici - come sostenuto da alcuni critici - dall'altro non possiamo dire nemmeno che non li abbia ascoltati. Il Comitato proponeva due livelli di contenimento, uno più alto per le zone maggiormente colpite (accorpando rosse e gialle) e uno di base per tutto il Paese.

Ora va considerata una cosa fondamentale: non sono stati resi pubblici tutti i documenti. La Fondazione Einaudi lamenta la presenza di altri verbali e report di cui non era ancora nota l'esistenza. Il problema non è solo capire se avremo modo di analizzare anche quelli. In mancanza di una visione di insieme priva di buchi, non possiamo dare una interpretazione definitiva alle decisioni del Governo.

È fondamentale che le ragioni di Salute pubblica prevalgano su quelle economiche in questi casi. Questo però dovrebbe valere nell'ottica di non compromettere la Sanità. Con un lockdown questo non dovrebbe succedere. Quali sarebbero le ragioni economiche allora? È inutile che aspettate una mia risposta: lo sto chiedendo io a voi. Boh... forse era un problema politico più che economico: non si volevano isolare le regioni più virtuose come la Lombardia? Inasprendo le antipatie tra Nord e Sud.

Sono tutti ragionamenti che non hanno senso in mancanza di un quadro completo. La verità è che in tutte le redazioni si è cercato di capire la ragione della riservatezza di tali verbali. E se cerchi qualcosa a tutti i costi, prima o poi la trovi. Ma la lungaggine della burocrazia italica quasi mai ha avuto bisogno di affari loschi per essere spiegata. 

Quel che ho trovato veramente interessante in questi documenti è che - dati alla mano - secondo l'ISS le misure di contenimento nel loro insieme hanno dimostrato di essere efficaci. Mi ha colpito anche un punto in cui si sosteneva che su un tipo di ventilatore rinunciavano a esprimersi, perché le istruzioni erano tutte in cinese (Sic!). 

Ma ve lo trovo io uno che vi fa la traduzione, è un amico cinese dall'accento brianzolo, nato in Cina e cresciuto in Italia; fa il barista a Limbiate, ma non gli serve essere esperto di dispositivi medici per leggere delle istruzioni. 

Ah, la burocrazia!

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